TRISTEZZA

L’hanno nominata fin da subito tappa regina, la sedicesima frazione del Giro d’Italia, quella che va da Rovetta a Bormio. Nonostante le sua magnificenza racchiude in sé il pericolo, perché a dirla giusta questa tappa è più una bastarda che una sovrana, con i suoi 222 chilometri di lunghezza prevede prima l’ascesa al Mortirolo e poi la duplice scalata allo stelvio, la cima coppi di questa edizione.

La tappa si apre nei peggiore dei modi ancora prima di iniziare ufficialmente, a pesare sulla corsa sono la morte di Nicky Hyden e la strage di Manchester del giorno precedente.  Prima che succedesse tutto ciò questa frazione è speciale, è caratterizzata da un qualcosa di magico che porta in sé un terribile alone di tristezza. È passato giusto un mese dalla prematura scomparsa di Scarponi, l’aquila di Filottrano che proprio su queste montagne ha costruito grandi imprese, in sua memoria è stata intitolata la cima del Mortirolo, su a 1854 metri di altezza, la prima asperità di giornata.

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Le pendici del Mortirolo sono costellate di striscioni, talmente tanti che quasi si fa fatica a contarli. Alcuni sono colorati, altri semplici teli bianchi costellati dal nome di Michele. Si respira un’aria strana in vetta, l’attesa per la corsa si mischia improvvisamente alla tristezza, a quella maledetta consapevolezza che l’aquila non vola nei cieli del nostro pianeta. La corsa arriva poco dopo con il suo fragore, quasi a voler contrastare quella pace che si era creata. In testa alla corsa 26 uomini si contendono il primato, ne rimangono tre, ma Fraile e Landa con un gesto della mano e una pacca sulla spalla lasciano passare Luis Leon Sanchez che vince quel traguardo dedicato al suo compagno di squadra che non c’è più.

Sembra essere lontana per un momento la tristezza per il ricordo di Michele, la corsa procede a tutta velocità con Mikel Landa alla sua guida. Le lacrime paiono però essere destinate a contraddistinguere la tappa. Sono proprio quelle del basco che a fatica le trattiene mentre viene premiato sul podio. Lui che la corsa l’aveva quasi vinta dopo  un’azione fenomenale lunga tutta la giornata, prima in gruppo e poi in solitaria, scalando una vetta dopo l’altra pensava di avercela fatta. Sul cammino ha però trovato qualcuno più indomito di lui, Nibali, lo squalo, il bersaglio di tante critiche, di tante delusioni che è stato protagonista di un’azione altrettanto fenomenale. Lo ha battuto proprio lì sul traguardo, dopo averlo ripreso durante la discesa giù dallo Stelvio, un trionfo accompagnato da un’altrettanta sconfitta.

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Ci sono altre lacrime, troppo trattenute, nascoste sapientemente dietro il volto di Domoulin che pare di pietra. Durante questa tappa regina di cose ne sono successe davvero tante, la più clamorosa è quella che riguarda la maglia rosa. Manca poco alla seconda scalata dello Stelvio quando l’olandese improvvisamente si ferma a causa di un problema fisiologico. La corsa intanto continua, procede impetuosa mentre il leader della generale è costretto a rincorrere. La sua è una scalata solitaria contro il tempo, il compagno di squadra Ten Dam allevia solo per pochi minuti quell’esodo. È una vera e propria arrampicata, una di quelle infinite in cui si devono tenere da conto tutte le forze che sono rimaste. Scrolla in continuazione la testa mentre in lui sale la consapevolezza che presto perderà il simbolo del primato. La sua sembra una corsa contro tutti, contro gli altri corridori, contro il tempo, un gap immenso che metro dopo metro lo separa dalla testa. La vetta gli si presenta davanti come una visione mistica, angelica, prima di scendere in picchiata verso Bormio, la volata finale e poi quel miracolo, la rosa è salva.

Sul podio Landa trattiene le lacrime, quasi non sembra contare quella maglia blu di cui viene insignito, nemmeno quella targa che certifica che è lui il primo ad essere transitato sullo Stelvio. Il suo sguardo si divide tra puntare verso il basso e perdersi là dove si apre il cielo, sembra in cerca di qualcosa una spiegazione, interroga il destino sul perchè di quella tremenda posizione. La tristezza domina anche il volto di Tom Domoulin, il suo è uno sguardo strano, ben diverso dagli altri giorni. Solitamente sprigionava speranza, prevedeva la possibilità di portare quel simbolo del primato fino alla fine, un’idea utopistica ma che tappa dopo tappa stava finendo con il diventare concreta. Ora però  tutto pare essere cambiato, la possibilità diventa la certezza di non farcela, la presenza di un problema che di certo non lo lascerà in pace.

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È stata una tappa straordinaria, bella e brutta allo stesso tempo, con una vittoria fenomenale di Nibali che ha risvegliato le speranze italiane. Io raramente amo parlare dei vincitori, preferisco gli sconfitti, non perché mi stiano più simpatici ma perché per parlare di coloro che hanno avuto la gloria lascio spazio agli altri. Guardo coloro che al termine di questa tappa ne sono usciti mutati, tristi, delusi. È strano pensare come questa frazione gioiosa sia accarezzata da brividi di tristezza. Si piange ricordando Michele, si piange perché si ha perso, perché si è stati colpiti dalla fortuna. Intanto la tappa regina lentamente si allontana, lasciando il suo manto dorato di gloria e pietre dure intrise di tristezza.  

Giorgia Monguzzi

 

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