VENTO “DESERTICO”

Deserto, sabbia, deserto. È questo lo scenario che si apre davanti agli occhi di circa duecento atleti che si ritrovano catapultati in terre quasi inesplorate per darsi battaglia al campionato del mondo. Siamo a Doha in Qatar, uno di quei paesi dei quali, fino a quando non avviene qualcosa di particolare, non si è nemmeno a conoscenza dell’esistenza e tantomeno della collocazione. Una nazione insolita per i mondiali di ciclismo, dune di sabbia non proprio adatte a sfide in bicicletta, ma il profumo di soldi e la sete di scoperta ha spinto fino a lì la grande organizzazione dell’Uci e di conseguenza vi ha anche catapultato atleti e delegati provenienti da ogni parte del mondo. Oltre 150 chilometri nel deserto, alla presentazione del percorso questo dato già faceva rabbrividire, anzi in realtà la sola idea di attraversare pedalata dopo pedalata territori solitari in balia di un sole cocente faceva già alzare la temperatura corporea oltre i 100 °C. Da qui dunque proteste, cambiamenti di tracciato, allungamenti, accorciamenti e infine la decisione di tentare la proposta dei primi campionati del mondo in medio oriente.  Una gara piatta,  chilometri che avrebbero previsto sembra ombra di dubbio un arrivo in volata, i treni dei velocisti padroni della strada, spallate, adrenalina concentrata solo nell’ultimo chilometro, un copione della rassegna iridata del 2011 con l’uomo veloce di turno destinato a dominare su tutto e su tutti. Alla vigilia già si pensava alla possibile conclusione del mondiale con uno dei tre galli tedeschi sul podio, impossibile inventarsi qualcosa di non convenzionale con il deserto sulla propria strada, erano queste convinzioni troppo precise, vi era infatti qualcuno non preso in considerazione che con un colpo di mano avrebbe provato a soverchiare la situazione.

Eccolo lì il deserto, con il suo fascino misterioso pronto ad accogliere i numerosi esploratori, fa caldo, lo si legge dai volti degli atleti, vi sono temperature talmente alte che nemmeno le dosi massicce di acqua e ghiaccio possono alleviare la loro percezione. Regna il silenzio intorno alla corsa, un silenzio non astratto come spesso avviene in questi luoghi misteriosi, ma proprio fisico, all’esterno il vero e proprio nulla, niente alberi, niente case, ma soprattutto assenza di vita. Per certi versi ricordano le zone remote del nord, quelle che per tutto l’anno se ne stanno nascoste, in letargo, in attesa del loro risveglio per scatenare la lor potenza; a Doha invece quel lungo sonno pare essere stato prolungato, il tempo invece fermato in un punto indefinito sembra rimanere immobile aspettando che qualcuno lo scalfisca da quell’inusuale condizione. Tutto è piatto, intorno il nulla regna sovrano, la monotonia avvolge la corsa quando improvvisamente accade qualcosa. Il vento tutto ad un tratto cessa di avvolgere i suoi avventurieri e diventa potente e ancora più potente, in un attimo tutti gli atleti del Belgio creano ventagli, come quelli che sono soliti usare nelle classiche del nord nelle loro terre, per cercare di mettere fuori gioco i loro avverarsi più temibili. In un attimo la corsa si infiamma, fiamminghi e valloni collaborano l’un l’altro davanti ad un’orchestrazione perfetta mentre tutte le altre nazionali arrancano e tentano disperatamente di non  rimanere indietro. Il tutto, seppur paradossalmente pare essersi trasformato in un oceano dove molti marinai tentano di seguire la rotta del galeone madre, lottano con tutte le loro forze pur di non naufragare, restare a  galla con la speranza di raggiungere la terra ferma. Improvvisamente però una nuova onda travolge tutti gli equipaggi e proprio come volevano i belgi il gruppo si spezza in tanti piccoli tronconi.

Davanti rimangono una ventina di corridori che inseguono implacabilmente i fuggitivi ormai stravolti, il Belgio tira come un matto sotto il coordinamento del capitano Boonen, sono in tutto in 6 e paiono fare la parte di un bastimento. Vi sono quattro azzurri sopravvissuti alla tempesta: Nizzolo e Viviani, nostri uomini di punta, accompagnati dai fidati scudieri Guarnieri e Bennati. Tra gli altri grandi vi sono anche Cavendish, Matthews, Kristoff, Boasson Hagen ed infine Sagan che privo di una qualunque squadra, anche se per la verità ha due compagni, salta sulla ruota degli avversari come una vera e propria volpe. Tutti gli altri sono rimasti indietro, prima distanti pochi metri e un attimo dopo lontani, separati da un abisso impossibile da colmare, non ci sono i tedeschi, coloro sui quali doveva gravare tutto il peso della corsa, Caleb Ewan è già staccato da diversi chilometri, Bouhanni pensa al ritiro e Gaviria invece continua a proseguire la sua giornata fatta di forature e cadute. È impossibile ricucire l’enorme strappo procuratosi, dietro tentano con tutte le loro forze ma davanti trenano come matti tra le ampie distese desertiche, la situazione è subito chiara: non più di 27 corridori potranno lottare per la gloria. Il deserto inghiotte e al contempo abbraccia i corridori, con il suo vento di sabbia abbraccia e frena i suoi sfidanti, li abbraccia per l’ultima volta prima di salutarli poco alla volta e di riammetterli in luoghi in cui la mano dell’uomo si è fatta sentire.

vittoria-sagan-mondiaoe

I portacolori del Belgio si sfiniscono uno dopo l’altro davanti al piccolo plotone alla guida del quale si pongono anche Bennati e i norvegesi, poco alla volta il traguardo si avvicina, qualcuno inizia a saltare i cambi, si scrutano gli avversari aspettando una loro mossa. Si attendono scatti e contro scatti, ma nulla accade, pare proprio che si voglia assolutamente rispettare l’anticipata qualificazione di questo mondiale: l’arrivo allo sprint. Qualcosa però accade, qualcosa di inaspettato capace di ribaltare ancora una volta le sorti di una corsa: quando mancano appena 2,5 km l’olandese Leezer se ne va via solitario sorprendendo tutti. Si è incapaci in un primo momento di chiudere il baratro, saltano i minuscoli treni che si era cercato di costruire, tutti vengono catapultati nel limbo a metà tra la salvezza e i gironi infernali, bisogna andare a riprendere il fuggitivo ad ogni costo. Ultimo chilometro, ultimi mille metri, a 350 viene fagocitato dai pochi superstiti protagonisti di una corsa infernale, più avanti il traguardo, ormai a separare gli atleti vi è solo un lungo rettilineo. Mille pensieri volano su quella strada rettilinea, ansia emozione che come d’improvviso paiono essere abbracciati da un turbinio proveniente dalle vicine dune di sabbia. Il grande deserto sembra essersi fermato per assistere allo spettacolo, catapulta ancora una volta i suoi attori in uno stato di non ritorno divisi tra la gloria e la sconfitta, è questione di poche pedalate, è impossibile descrivere quel turbinio di pedali provocato da ragazzi, uomini, che bramano ognuno la vittoria. Sembra dover finire come quasi tutti avevano predetto, uno sprint inevitabile seppur giocato da pochi, ma invece quando tutto sembrava chiaro e già ci si interroga sul nome del vincitore ecco una nuova deviazione alla linea del destino che per la verità non ha cambiato totalmente il suo percorso, è semplicemente tornata indietro ad un anno prima. Improvvisamente ecco comparire sul palcoscenico Peter Sagan, l’attore solitario nascostosi quasi tra le dune, passa tra le transenne quasi per non farsi vedere e un attimo dopo passa il traguardo davanti a tutti, ancora una volta.

podio

Quasi stona l’inno slovacco in mezzo al deserto e a quell’enorme città buttata quasi un po’ per caso nel nulla. Ride Peter Sagan consapevole di avere messo ancora una volta tutti nel sacco e quel suo sorriso si oppone ai volti rigidi degli addetti alla premiazione. Di fianco a lui, Mark Cavendish e Tom Boonen, rispettivamente secondo e terzo classificato, che con gli occhi un po’ lucidi ripensano alla volata e provano ad interrogarsi su cosa hanno sbagliato. Si sente intanto provenire da lontano il rumore del deserto, il suo vento leggero abbraccia i suoi tre campioni, nemmeno lui si sarebbe immaginato di assistere ad un podio così regale con ben tre campioni del mondo. Forse non se lo immaginavano nemmeno gli organizzatori, creatori di un tracciato strano, banale, scontato ma alla fine estremamente bello, imprevedibile e che in mezzo alle dune di sabbia è finito con il diventare anche un po’ magico.

Giorgia Monguzzi

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...