QUEL SOGNO DI TANTI RAGAZZI “COMUNI”

Ci sono sogni magici, misteriosi, speciali. Ci sono sogni impossibili da realizzare, ma che improvvisamente diventano sfiorabili dalle dita di una mano e subito dopo afferrabili con impeto, tenuti stretti, presi, fatti propri. Ci sono sogni lontani, ma che improvvisamente diventano vicini, raggiungibili solo da pochi, ma in realtà accessibili anche ad un ragazzo piccolo o come si definisce lui “un normale ragazzo di Bogotà”. Anche il Lombardia è un sogno, anzi in questo caso sarebbe più corretto l’articolo determinativo, “il sogno d’autunno” come molti lo chiamano, una corsa in cui combattono in molti, ma soltanto uno riesce a realizzarlo.

A Como sono le 10,50 di mattina, il cielo è grigio e circa duecento atleti si allineano in attesa del via ufficiale verso una corsa che vista l’altimetria di quest’edizione sarebbe molto più semplice paragonarla all’inferno che a qualsiasi altra cosa. D’altronde la classica delle foglie morte è così, un po’ bastarda a causa del suo tracciato, ma soprattutto per la pioggia e il freddo, suoi fedeli compagni di viaggio. Molti sognatori iniziano la loro avventura, tanti si immaginano già il traguardo posto a 241 chilometri di distanza, altri campioni invece si godono il momento per l’ultima volta prima di ritirarsi definitivamente dall’attività agonistica. Sul Ghisallo, la prima vera salita di giornata fa freddo e ogni tanto scende qualche goccia di pioggia, quattro corridori transitano davanti a tutti, sono Caruso, Cherel, MOlard e Denifl;  diversi minuti più indietro vi è il gruppo, già ridotto a 2/3 della sua forma originaria. Molti scuotono il campo dalla faccia stravolta, tanti si fermano e salgono in ammiraglia, altri più staccati preferiscono continuare il loro calvario, sono numerosi i corridori per i quali in un modo o nell’altro il sogno del Lombardia finisce.

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Dopo diversi chilometri ritrovo in Valcava, la salita più lunga del percorso, ma chissà come mai non viene mai presa in considerazione, con le sue enormi antenne attende i corridori, stranamente non vi è nebbia, ma tra le nuvole sembra apparire un timido sole. I fuggitivi sono rimasti solo in due, più indietro arriva il gruppo, letteralmente decimato dal freddo e dalle salite; davanti a tutti vi è Diego Rosa che lavora senza sosta per il suo capitano Fabio Aru, Alejandro Valverde è poco più indietro, lui uomo del sole non ama di certo queste temperature, davanti a lui invece Esteban Chaves trema per il freddo e cerca di infilarsi una mantellina, dall’altra parte della strada Rigoberto Uran invece lotta per scartare un panino. Sono uno accanto all’altro i cavalieri sopravvissuti che ancora sognano di giungere solitari a Bergamo, è ridotto il loro numero a causa dell’inferno che hanno affrontato, ma che ancora li aspetta. Più staccati arrivano altri corridori, tra questi uno stremato Gilbert che fatica a pedalare, poi ne giungono altri distrutti dalla fatica, molti si fermano, alcuni invece si buttano in picchiata cercando di recuperare, ma forse è troppo tardi.

Mi sono sempre immaginata il giro di Lombardia come un lago immenso, forse perché il primo a cui ho assistito arrivava sul lungolago di Lecco, i corridori invece sono come piccole barchette in balia dei flutti, il loro obbiettivo è procedere rimanendo in equilibrio e senza soccombere alle mille insidie dell’acqua dolce. Remano con foga e con passione mettendoci tutta l’anima, tentano tiri mancini ma con attenzione sfuggendo ogni possibile naufragio. Quando mancano 20 chilometri al possibile paradiso sono quattro le barchette rimaste al comando; Rosa, Uran, Chaves e Bardet pedalano uno dietro l’altro scrutando gli avversari, cullano quel sogno posto un po’ più avanti, si lasciano trascinare da esso. Intanto però ragionano, quattro con il medesimo sogno, da una parte c’è il 25% di possibilità di raggiungere la gloria, dall’altra il restante 75% fa tremare tutti, bisogna fare qualcosa, tentare di scattare, come racconta Chaves “in quel momento bisognava tentare il tutto per tutto, forse perdere, ma almeno si avrebbe avuto la consapevolezza di averci provato”.  Si sale verso Bergamo ed ecco che improvvisamente anche le probabilità di farcela si impennano, Bardet si stacca e così è il 33% dei casi che pende sulla vittoria. Due colombiani  e un italiano che tutto d’un tratto si ritrovano ad essere accumunati da un destino comune, ragazzi normali, atleti fortissimi che tre chilometri dopo potrebbero avere la vita totalmente sconvolta. Il sogno del traguardo sovrasta sui pensieri di tutti, Rosa, Chaves e Uran, nessuno escluso, è talmente identica la loro situazione che si presentano ancora insieme sul rettilineo di arrivo. È assurdo pensare che dopo 1 241 chilometri, dopo il freddo, la pioggia, le salite e la fatica ci si debba giocare una corsa come il Lombardia in volata, è bastardo pensare come dopo tanta fatica il proprio destino debba essere affidato alla sorte e alla strategia. I tre si guardano, in realtà non l’hanno mai smesso di farlo, Rosa è il primo a partire, sa che Uran è più veloce di lui, infatti il colombiano poco dopo lo affianca, lo passa e rimane indietro; è un confuso turbinio di pedali quello che si consuma poco prima del traguardo, improvvisamente però Chaves teoricamente il battuto tra i tre, aumenta il suo passo, vola, è davanti, ha vinto.

È questione di metri, anzi in questo caso di centimetri,  che un sogno viene realizzato o spezzato, vi è la gloria per uno soltanto, è questa la brutta faccia del destino. Dopo il traguardo Diego Rosa, arrivato secondo, piange, piange di rabbia, non solo di dispiacere, pensava di esserci riuscito, il suo sogno era lì ad una manciata di pedalate ed invece è fuggito via in un attimo. “ho sbagliato, non dovevo tirare io” “ce l’avevo fatta e invece…” dice Diego al suo addetto stampa, mentre inconsolabile viene portato a cambiarsi. Poco più lontano invece Esteban Chaves sorride, urla di gioia e abbraccia chiunque venga a complimentarsi con lui, per lui il sogno si è realizzato.

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In conferenza stampa Esteban non si è ancora reso conto di ciò ha fatto, sorride mentre con la voce smorzata racconta la sua piccola impresa. Descrive ogni suo scatto, le sue paure di non farcela e la gioia che ancora non riesce a contenere, poi passa a raccontare del suo sogno di fare il ciclista che lo ha portato a viaggiare per il mondo ma a rimanere con i piedi per terra. Chaves ama definirsi un ragazzo comune, uno come tanti, nato a Bogotà e con un piccolo bagaglio di sogni che si è portato in giro per tutta la vita, un atleta per cui il correre in bici non è una guerra , ma un mondo dove si lotta con passione, dove si può vincere o si può perdere, tutto fa parte del gioco. Forse anche il Lombardia è un po’ così, un lago immenso dove tutti si fronteggiano per rincorrere il medesimo sogno, tanti perdono uno vince, uno realizza il suo sogno, gli altri già meditano per riprovarci, tanti ragazzi comuni con il sogno di vincere.

(photo credit Giorgia Monguzzi)

Giorgia Monguzzi

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