ESISTE UN “DIO” DEL CICLISMO….

Esiste un “dio” del ciclismo, ve lo assicuro. Forse il medesimo dio che governa sulle nostre teste, forse una divinità specializzata o un’entità misteriosa, impercettibile all’occhio umano, un qualcosa di astratto capace di agire sopra il tutto. È imperscrutabile ma al contempo è in grado di vegliare su chi inforca una bicicletta, corre al loro fianco priva di una sostanza materiale, li accompagna durante le loro imprese, spesso viene sconfitto. Talvolta si distrae e abbandona i suoi avventurieri, ma sempre rende omaggio a chi è stato in grado di prevalere, di scrivere pagine di storia emozionante grazie ad un telaio, a due ruote e due pedali, piega il capo e accompagna i propri campioni premiandoli  in occasione del loro ultimo saluto.

Sono già passati quattro anni dalle olimpiadi di Londra aperte dal suono di campana provocato da Bradley Wiggins che si aggiudicò anche la prova contro il tempo; su strada invece Alexander Vinokourov dette il suo ultimo saluto alle competizioni tornando a casa con una medaglia d’oro scintillante appesa al collo. Fabian Cancellara era presente anche in quella occasione, aveva nel mirino la prova in linea, il podio era lì giusto a pochi passi ma in una delle ultime curve uscì fuori strada compromettendo anche la prova a cronometro di qualche giorno dopo dove giunse solo settimo. Quella di Rio 2016 è la terza Olimpiade per lo svizzero che ha scelto però questa competizione per dare l’ultimo saluto al ciclismo, quel mondo che è stato a lungo scenario delle sue imprese. La prova su strada era troppo difficile per lui, troppa strada in salita per i suoi gusti, quattro giorni dopo ci sarebbe stata però la prova a cronometro, il suo tentativo finale di combattere lo stregone del tempo e ripetere il successo di Pechino ormai lontano otto anni.

Fabian è uno degli ultimi partire e già si posiziona sulla rampa di lancio ancora infradiciata a causa dell’enorme acquazzone che ha colpito la gara femminile giusto un’ora prima. Sulla sua schiena porta il numero cinque, anch’esso un numero primo ma distante ben due unità dal suo prediletto, il sette, la cifra che ne suoi multipli e composizioni lo ha accompagnato in molte occasioni. Subito dopo di lui il meglio del ciclismo mondiale: Tony Martin, Vasil Kiryenka, Tom Domoulin e Chris Froome, anche loro aspiranti vincitori del metallo più prezioso. Nella prima parte di gara Fabian va come un fulmine, la salita che affronta non sembra neppure stancarlo tanto che al primo intermedio dopo 10 km è in testa alla classifica  una spanna davanti a tutti, sembra essere la sua giornata. Si alternano poi discese e lunghi rettilinei e la sua pedalata pare farsi più legnosa del solito, rallenta vistosamente tanto che al secondo rilevamento è evidente come il ritardo che in pochi chilometri ha accumulato nei confronti degli altri sia diventato incolmabile, il suo sogno sembra destinato poco a poco a concludersi, il dio del ciclismo lo ha abbandonato. Intanto l’australiano Dennis, partito alcuni minuti prima di lui, viaggia come un treno e alle sue spalle Froome e Domoulin incutono terrore, Kiryenka e Martin invece naufragano poco alla volta nel mare di Rio.

Succede però qualcosa tra il secondo e il terzo rilevamento, qualcosa di magico si potrebbe dire, che nel momento del bisogno discende ad aiutare i più meritevoli; poco alla volta la pedalata di Cancellara riprende vigore e quel suo movimento di pedali ritorna ad essere quel turbinio che ha ingoiato molte volte i suoi avversari. La sua posizione in bici è perfetta e le ruote della sua Trek accarezzano l’asfalto componendo una melodia impercettibile, al terzo intermedio è  chiaro a tutti quello che sta accadendo: Fabian ha il miglior tempo. Il vortice delle sue pedalate  riporta poco alla volta alla luce i ricordi delle sue imprese che hanno caratterizzato la sua vita, l’asfalto sotto di lui pare mutarsi in tante pietre che compongono il pavè, la strada si inarca quasi tramutandosi per lui in un muro delle sue amate Fiandre, in lontananza si scorge l’oceano anche se molto diverso dal mare della sua amata Sanremo. I chilometri mancanti vengono schiacciati dalla sua pedalata mentre Fabian rivive istante per istante tutto ciò che ha donato al ciclismo e che ha ottenuto come ricompensa. Un’entità mistica pare circondarlo, forse è qualcosa di scintillante che gli permette di spiccare il volo mentre tutti gli altri, anche i pochi rimasti, scivolano nel baratro che li rallenta, forse colui che tesse le fila della storia non lo aveva proprio abbandonato. Si era distratto qualche istante giusto per metterlo alla prova, per fargli provare quell’ultimo brivido prima di tornarlo ad abbracciare nel momento del bisogno.

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Switzerland’s Fabian Cancellara finishes the Men’s Individual Time Trial event at the Rio 2016 Olympic Games in Rio de Janeiro on August 10, 2016. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

Nemmeno nel rettilineo finale Cancellara solleva il capo, concentrato fino all’ultimo metro dando il tutto per tutto e girandosi solo dopo la linea di arrivo per avere la conferma del suo miglior tempo. Sembra che nessuno sia in grado di superarlo, alcuni già inneggiano al suo oro, ma lui è particolarmente scaramantico e si siede silenzioso su uno degli sdrai che costituiscono il podio provvisorio e intanto fissa il monitor in attesa dell’arrivo dei suoi avversari. Domoulin si posiziona alle sue spalle distante ben 47 secondi, poi giunge Froome sul rettilineo finale, l’ultimo concorrente in gara, l’ultimo ostacolo tra lo svizzero e il suo oro. La linea bianca, la ruota anteriore dell’inglese ferma il cronometro, è dietro. Il salto di gioia, l’urlo liberatorio, l’abbraccio con Guercilena e il suo intero staff, tutto si alterna in pochi istanti nella mente e sul volto di Fabian che un attimo dopo si lasca andare ad un pianto liberatorio. In quelle lacrime il gladiatore lascia trasparire tutta quella sua enorme umanità che più volte lo ha distinto fra gli altri. In quegli occhi lucidi c’è tutto, l’emozione per la vittoria, il ricordo di ciascuna delle sue imprese, ma soprattutto il rammarico, la tristezza di dare il suo ultimo saluto al mondo del ciclismo. I suoi occhi scintillano alla vista dell’oro olimpico, della gloria che in molti definiscono eterna e che otto anni dopo è ritornato ad abbracciare, salta  mentre ancora una volta il suo volto si divide tra la gioia il pianto e alza un braccio al cielo quasi per salutare tutti e ringraziare qualcuno che da lassù ha vegliato su di lui.

Cycling Road - Men's Individual Time Trial Victory Ceremony
2016 Rio Olympics – Cycling Road – Victory Ceremony – Men’s Individual Time Trial Victory Ceremony – Pontal – Rio de Janeiro, Brazil – 10/08/2016. Tom Dumoulin (NED) of Netherlands, Fabian Cancellara (SUI) of Switzerland and Chris Froome (GBR) of United Kingdom on podium. REUTERS/Eric Gaillard FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS.

Esiste un “dio del ciclismo”, ve lo assicuro, forse è una divinità o un’entità nascosta ed impercettibile. È dotata di qualcosa di magico e anche questa volta ne ha dato dimostrazione rendendo per l’ultima volta omaggio a colui che più di volta l’ha dominata, ha vinto battaglie, ha scritto pagine di storia ed ha fatto emozionare. Ha chinato per l’ultima volta il capo a Fabian Cancellara salutandolo tra la gioia e la tristezza consegnandogli tra le mani quella che molti definiscono la gloria eterna.

Giorgia Monguzzi

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