PIOVE (e checcavolo!)-Gp città di Lugano (part.1)- diario di un’infaticabile sognatrice

Piove. È domenica mattina, è il giorno del Gp città di Lugano e cavolo, l’acqua dal cielo non vuole proprio smetterla di scendere. Sono agitata, ho l’adrenalina che mi scorre nelle vene forse perché è la prima gara della stagione e si sa le prime volte fanno sempre questo effetto, o forse perché in quattro ore e mezza di sonno non sono riuscita a smaltire i drink alla vodka della sera prima. Si gira una chiave, poi l’altra e si parte, papà al volante e la sottoscritta sul sedile del passeggero come al solito più nella terra degli addormentati che in quella degli svegli, entrambi con la speranza che quella fastidiosa pioggia cessi.  La strada ormai la macchina la conosce meglio di noi, talmente è elevato il numero delle volte che l’abbiamo fatta, sosta in dogana, autostrada ed eccoci arrivati a Lugano. Piove, piove, purtroppo piove e lo ridico se qualcuno semmai non lo avesse capito. La piazza centrale è deserta, c’è giusto il gazebo per la risottata e qualche impavido avventuriero che con l’ombrello aperto cammina infreddolito. I pullman delle squadre ci sono già tutti, mentre i corridori sembrano nascondersi sotto i piumini colorati e in balia del diluvio si dirigono alla firma. Sembra la terra di nessuno lontana anni luce dalla solare Lugano in cui si è soliti girare a maniche corte in balia un sole cocente, pochi volti si scorgono sotto i cappucci. Improvvisamente davanti al palco della firma si scorge qualche faccia conosciuta. “ciao!” “come va?” “proprio uno spettacolo con l’acqua” sembrano essere le frasi più gettonate. Per fortuna un gazebo, un semplice gazebo nel punto perfetto per ritrarre la presentazione della squadre che rappresenta la terra di salvezza per ripararsi dalle intemperie e che in un attimo si trasforma nel luogo di ritrovo per noi che siamo soliti armeggiare con le macchine fotografiche. Le squadre arrivano una ad una disunite, poi alle 11.30 viene dato il via ufficiale della corsa.

Piove, fa freddo, già al primo giro il gruppo si è completamente frammentato e molti hanno già alzato bandiera bianca, è disumano correre con questo tempo. Noi intanto, fotografi, giornalisti, invitati ed intrusi siamo sempre sotto quel gazebo, la nostra piccola oasi di paradiso, dove mangiamo e come sanguisughe siamo ancorati all’unica fonte di riscaldamento presente. Noi a tetto e gli atleti sotto l’acqua, a pensarci bene è alquanto bastarda come cosa. Mangiamo, beviamo, ci rimettiamo in forze mentre vediamo comparire qualche persona in più che con gli occhi rivolti verso il cielo si ferma davanti al maxi schermo.  L’organizzazione inizia a distribuire mantelline per i presenti, sono di un giallo sgargiante che improvvisamente si espande sui corpi dei presenti, sono proprio convinta che l’abbiano scelto apposta per contrapporsi  al grigio di quei nuvoloni.

“ma voi non sapete cosa è successo” dice un addetto alla sicurezza, “uno è finito nel lago!”. Siamo in sette fotografi ad attendere la navetta per andare in cima alla salita di collina d’oro quando improvvisamente un uomo baffuto e dalla stazza possente ci comunica la strana notizia. È una presa in giro, ne siamo sicuri, ma tutte le nostre convinzioni cadono quando altri si avvicinano esclamando “è nel lago” “la bici è nel lago”, “lo hanno portato via”, non si capisce niente, sembra di essere nella citta di Sodoma e si fugge da questa situazione solo quando  a distanza di almeno un’ora e dopo aver messo insieme le versioni scopriamo cosa è successo: il povero Arnold Fiek della Christina Jewelry dopo 12 km dal via ha sbagliato una curva e dopo un volo di 12 metri è finito nel lago, per fortuna, grazie al cielo, nulla di rotto, solo qualche abrasione e tanta paura.

Piove ancora, non ha mai smesso nemmeno per un attimo. Al gran premio della montagna fa un freddo cane, i corridori che transitano, sempre di meno, sono bagnati fradici e muovono le mani per riattivare la circolazione, è un inferno. Per fortuna una salvifica tettoia ci accoglie tra le sue braccia, l’anno scorso lì c’era un vasto assortimento di approvvigionamenti offerti dagli amici del Matteo Busato fan club, questa volta soltanto tre uomini della protezione civile che si spartiscono un panino. Siamo in sette, sempre noi sette, siamo io, mio papà e altri cinque fotografi conosciuti nel corso degli anni passati. Si fa fatica a dire chi detenga il primato di più congelato e il gelo poco alla volta giunge fino alla testa, si ride si scherza e si sparano stupidate, fino a che ad un certo punto si finisce con il parlare, chissà poi perché, dei biscotti di Banderas, è questa la vita segreta che c’è intorno ad una corsa. Sul pulmino di ritorno siamo sempre noi sette, larghi e distesi sui sedili, non c’è affollamento come l’anno prima quando ero seduta metà su mio padre e metà su Davide De Zan. Siamo giunti a destinazione, la pioggia continua a scendere, i corridori continuano a passare lungo il circuito, i chilometri che li separano dalla fine sono sempre meno , cresce l’attesa, si cominciano a delineare gli ultimi pronostici, fa freddo, piove.

……..to be continued…….

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