BARBARA GUARISCHI: TUTTA LA MAGIA DI UN MONDIALE

La cronometro a squadre è tecnica, precisione, un mix un po’ complicato di elementi differenti, ma soprattutto di fiducia. la fiducia che si ripone in coloro con cui si affronta questa avventura, la capacità di stare agganciati alla ruota di chi è davanti affidandosi totalmente alla sua capacità di guidare e dettare il ritmo senza aver paura di sbagliare. seguire le traiettorie degli altri, dare il massimo per sè stessi, ma soprattutto per la squadra. la forza in questa particolare disciplina costituisce una piccola componente, quasi minima si potrebbe dire, perchè eclissata dalla tecnica e della precisione frutto di tanto allenamenti e dalla continua ricerca di perfezione raggiunta solo dopo tanti allenamenti. E’ come un insieme di ingranaggi disordinati che paiono incastrarsi in modo alquanto confuso l’uno sull’altro, visti singolarmente paiono non avere alcun senso, ma se presi nel loro insieme vanno a costituire un grande sistema perfetto che si basa sulla loro capacità di coesistere. L’unità di squadra è una componente fondamentale per questa disciplina che richiede la più elevata coesione. La Velocio è una di quei team avvezzi a questi tipi di prove che studia meticolosamente ogni singola mossa da fare e prepara al miglior modo le sue atlete, il titolo mondialea crono vinto lo scorso anno (a quell’epoca si chiamava Specialized ) non è un caso ma frutto di tanto lavoro, preparano in modo maniacale la gara basandosi sulla fiducia che le atlete hanno l’una dell’altra.

Barbara Guarischi, velocista puro sangue e con la vittoria che le scorre tra le vene, è l’unica italiana del gruppo del quale fa parte nemmeno da un anno, ma nonostante ciò non ha impiegato molto ad entrare in sintonia perfetta con tutta la squadra, ed è forse questo il motivo per cui l’intero staff tecnico della squadra l’ha voluta fortemente tra le 6 designate per sfida mondiale. Non era al massimo della forma, questo lo sapeva, ma forse questo handicap che si trovava ad affrontare è stato lo stimolo giusto per dare al massimo per recuperare. non c’era ancora quasi nessuno a Richmond quando sono atterrate il 10 settembre, più di una settimana prima della gara per adattarsi al meglio al percorso che avevano già provato  riprovato a maggio in occasione del giro della California. Tutte ricercavano la perfezione, una ricerca maniacale che queste disciplina prevede ad ogni costo arricchita di una tattica da seguire senza commettere errori. Spaventava quel muro sul finale che si proponeva essere il punto cruciale della prova che avrebbe dimostrato la vera compattezza della squadra, la regolarità per affrontarlo per giungere almeno in quattro al traguardo. Pareva una gara come tutte quella del 20 settembre, ma invece circa 3 giorni prima del grande giorno hanno sentito dentro di loro qualcosa di magico, un’agitazione fuori dal normale, una carica che le avrebbe spinte a dare il massimo. Soffocava quell’attesa infinita alla partenza, ultime secondo il volere della giuria, a prendere il via, forse la posizione più scomoda tra le tante perchè già a conoscenza del risultato delle altre che avrebbe dovuto in ogni modo essere scavalcato. Tutte sapevano cosa dovevano fare e lo sapeva anche Barbara che, dopo aver dato tutta sè stessa per la squadra si è staccata poco prima del secondo intermedio, ormai il suo obbiettivo era solo giungere al traguardo, sperando in cuor suo che le sue compagne sarebbero andate a tutta. pedalava quasi in scioltezza in un mix confuso di pensieri diviso tra la speranza e l’attesa, era sicura che le altre avrebbero dato il massimo guidate dall’uscente campionessa del mondo Lisa Brennauer, isolata quasi dal mondo inconsapevole di quello che stava accadendo. Dietro di lei nessuno, un vuoto da una parte rassicurante, ma dall’altra quasi inquietante. Ecco apparire all’improvviso davanti ai suoi occhi il famoso muro, quello che a parere di molti dovrebbe decidere la corsa, le sue compagne erano già transiate sopra di esso, sicuramente sono già al traguardo, a gioire o a piangere, vittoriose o sconfitte, una condizione a lei quasi estranea. Sembrava in mondo parallelo divisa tra la speranza di vincere a la fatica, sarebbe bastato qualcuno che le avrebbe detto un sì o un no, hai vinto o hai perso. all’improvviso in cima allo strappo una figura, un fotografo italiano che la chiamava a gran voce, “avete vinto ma non ne sono sicuro”diceva, un’apparizione quasi magica, forse frutto della sua immaginazione che gli comunicava qualcosa di straordinario al quale quasi faceva fatica a credere. un attimo dopo il rettilineo di arrivo che si intagliava davanti ai suoi occhi, pieno di gente che dietro alle transenne sbraitava e batteva le mani. “you win, you win” qualcuno iniziò a dire seguito sempre da più persone che la incitavano a completare la corsa. questione di un attimo, forse di un trascorrere imprecisato di secondi prima che nella mente di barbara balenasse quella stupenda convinzione di avercela fatta. al traguardo c’era un tripudio di fotografi e giornalisti, a terra sfinita una sua compagna con accanto un’altra, entrambe non ancora resesi conto dell’impresa.si sono ritrovate poco dopo tutte sei, ancora emozionate per quello che era appena successo, strette in un lungo abbraccio che nessuna avrebbe mai voluto che finisse. “siamo campionesse del mondo” forse questo ognuna di loro avrebbe iniziato a pensare cercando di convincere sè stessa di avercela fatta. “campionesse del mondo” una convinzione martellante, ma al contempo quasi irreale che le trascinava in un mondo per così dire fatato.

Brillano gli occhi a Barbara Guarischi mentre racconta, a mio padre e a me,  le straordinarie emozioni provate in questo fantastico mondiale, talvolta si ferma, quasi di scatto e osserva intensamente quella sua medaglia d’oro poggiata sul mobile lì a fianco. Non riesce a nasconderci la sua incredulità riguardo a quello che le è successo nemmeno una settimana prima, ancora si emoziona a raccontare quello che è successo, una sensazione che molto probabilmente le rimarrà per molto, molto tempo.

medaglia

Giorgia Monguzzi

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