L’ULTIMO ATTO (forse..)

È letteralmente stracolmo di persone il “Lee Valley VeloPark” di  Londra giunte per ammirare un’impresa straordinaria, biglietti volati via in meno di 7 minuti. Davanti a loro è ancora deserto il palcoscenico fatto di parquè  su cui vedranno realizzarsi un vero e proprio spettacolo, con i suoi 250m metri circolari affascina in un modo misterioso. Ancora non si vede il protagonista dell’opera che presto metterà in scena l’ultimo atto di una commedia ricca di trionfi, lo cercano voltando la testa di qua e di la i tutti i suoi spettatori, un attimo prima che venga rotto il silenzio. Fa ingresso finalmente sul palco colui che potremmo definire l’attore con un aspetto ben diverso da come è di sua abitudine, non porta più la barba e tiene i capelli corti, con il volto altezzoso tipico degli inglesi non lascia trasparire nessuna emozione. “Bradley, Bradley” urlano tutti muniti di bandiere del regno unito, mentre lui si prepara per il suo ultimo atto. Un monologo, quello che si appresta a mettere in scena, sognato da molti, ma realizzato da pochi che porta il titolo di “record dell’ora”. 60 minuti in cui dare prova di sé, in cui non si può sbagliare nulla del copione provato e riprovato, pena il fallimento. All’improvviso cala il silenzio, Bradley Wiggins rimane solo sul palcoscenico con la sua bicicletta, sorretto solo dal suo assistente. In un attimo tutto intorno a lui appare vuoto, solo il suo respiro si sente nell’aria, ci siamo, il suo ultimo atto può iniziare.

Parte il così il suo record dell’ora avvolto dal calore del pubblico giunto ad ammirarlo, è ormai solo sul palcoscenico quando incomincia il suo spettacolo. Volto impassibile, sguardo fisso che non lascia trasparire nessuna emozione, concentrazione al massimo, inizia così il suo racconto. Non racconta però come fanno tutti gli altri attori a gesti e a parole, lui lo fa solamente con il costante muoversi dei pedali. Quel vortice di pedalate e di ruote che sfregano sul terreno crea l’unico suono che lo accompagna in questa cavalcata, narra la sua storia e nel contempo pare riviverla mentre percorre quell’interminabile ora. Tutto inizia lontano dalla sua Gran Bretagna, in Belgio dove è nato e dove ha passato un’infanzia che preferisce dimenticare, salta tutta questa parte della sua vita per arrivare a quando ha conosciuto il ciclismo. Descrive la pista, il luogo che lo ha fatto diventare grande nel quale ha vinto 4 medaglie olimpiche, la sua cara compagna che lo ha plasmato e che ha richiamato a gran voce il suo ritorno. Bradley infatti un giorno aveva deciso di andarsene da essa, attratto dalla strada che proponeva per lui ben altre conquiste, è diventato così forte a cronometro, alcune volte quasi imbattibile. Ha scalato montagne, esplorato luoghi, conosciuto uomini, vinto corse fino al 2012, il suo anno magico. Sembra quasi farsi più accelerato il battito di Wiggins quando si appresta a raccontare i magici 6 mesi di 3 anni fa, ma non perde la sua perfetta posizione in sella al suo bolide, volta leggermente il capo per controllare il suo tempo. Il suo anno perfetto, durante il quale ha raccolto il premio di tanti sacrifici, un 2012 magico iniziato con la vittoria alla Parigi-Nizza, soltanto il primo di tanti trionfi che nei mesi successivi avrebbe raggiunto. Il giro di Romandia, il giro del Delfinato, sempre arrivato a vincere la gialla dopo aver seminato gli avversari nelle lotte contro il tempo, soltanto un preambolo che lo avrebbe portato alla conquista della vera “maillot jaune” alla grande boucle. Il trionfo, la gloria nella corsa più importante del mondo che gli ha riservato l’onore di ottenere dalla regina il titolo di baronetto e di suonare la campana di apertura delle olimpiadi nella sua Londra in cui si è laureato campione olimpico a cronometro.

Ormai è stata ampiamente superata la metà dell’ora, il pubblico sempre più in fermento ormai non riesce più a contenersi, “bradley, sei in vantaggio” sembra dirgli il suo assistente che gli mostra quasi ad ogni giro il tablet con annotati i suoi tempi, ma Bradley non si accontenta di battere il primato, ha ancora una piccola parte di storia da raccontare. La sua pedalata si fa più intensa dopo aver avuto la consapevolezza che ora deve dare tutto , riprende la sua storia lasciandosi alle spalle quell’anno magico. Il flop del giro del trentino e del Giro dell’anno successivo, vittorie che non arrivano, ma soprattutto la rivalità con Chris Froome, la nuova stella della sua squadra che non gli concede spazi per paura che lui possa riprendere il suo posto. Quasi esiliato dal proprio team che gli permette e non permette di correre ciò che vuole, la sfida non andata in porto della Roubaix e le altre sconfitte; al tour de Suisse del 2014 sembrava un’altra persona: non il Bradley vincitore di due anni prima, ma uno qualunque che pedalava silenzioso con lo sguardo triste. Poi improvvisamente una scintilla, ai mondiali la conquista dell’oro sul suo terreno, come un grido a chi si era dimenticato di lui “ci sono anche io “ sembrava dire più forte che mai. Infine la Roubaix 2015, quella che sperava seriamente di vincere per segnare la fine della sua storia  nel ciclismo su strada, un ultimo atto solo in apparenza prima di ritornare dalla madre pista. Continua a girare a più non posso bradley nel velodromo di Londra, il suo vantaggio sul rivale Dowsett supera il minuto e mezzo, qualcuno urla, ormai ce l’ha fatta,ma lui non si scompone fino a quando finalmente termina la sua ora. Ha un volto inespressivo appena alza il capo, consapevole della sua vittoria ma all’oscuro del suo tempo, 54,526 km gli dicono, mentre il suo sguardo si divide tra la gioia e la delusione per non aver raggiunto i 55. Ormai non è più solo sul palcoscenico, sembrano essersi riaccese le luci calate in occasione della sua performance che molto probabilmente per un po’ sarà imbattuta. Bradley si siede sul trono con l’aria finalmente soddisfatta, si compiace della sua opera, forse ripensa a tutto ciò che in 60 minuti ha raccontato, le glorie, i trionfi e le sconfitte su strada e la necessità di rispondere al richiamo della madre pista. È ormai giunto al termine il suo monologo, applaudono tutti in onore del protagonista non tanto rispettabile come simpatia, ma sicuramente come campione. Di canto suo sorride, e accenna un inchino quasi di ringraziamento e mentre il sipario sta per chiudersi sembra dire “ forse questo non è ancora il mio ultimo atto”.

(Photo by Bryn Lennon/Getty Images)
(Photo by Bryn Lennon/Getty Images)

Giorgia Monguzzi

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