IL “GIRO DELLA MORTE”

È magico il Mortirolo, con i suoi 11,8 km di lunghezza e  media del 10,9% è terribile, per non dire infernale. Fin da quando ero piccola l’ho sempre considerato la montagna del Giro, l’asperità che tutti i più forti dovevano affrontare se sognavano di portare a casa la maglia rosa; su di esso si sono dati i battaglia grandi campioni che si sono sfidati a colpi di pedale. Ha qualcosa di particolarmente magico il Mortirolo capace di sedurre e di affascinare chiamando a gran voce i suoi pretendenti che si apprestano a dare l’anima pur di conquistarlo, ma al contempo spietato contro tutti coloro incapaci di dominarlo. È spaventoso, infernale, impossibile, capace di rivoluzionare qualsiasi corsa se posto solitario in una frazione, ma la sua forza viene elevata all’ennesima potenza se posto in mezzo a due incredibili salite. Campo Carlo Magno e Tonale erano queste le due asperità che presentava nelle fasi iniziali la 16° tappa, ma era nel finale che dava il meglio di sé: Aprica, Mortirolo e ancora Aprica, circa 80 chilometri con tre salite divise soltanto da discese che a malapena davano il tempo di respirare. Un’impresa impossibile, adatta solo a temerari che una volta intrapreso il cammino non sarebbero più potuti tornare indietro o più semplicemente, come l’ha chiamato Alessandro Malaguti, il “giro della morte”. Non è tanto dura l’Aprica che alla sua prima scalata costituisce il perfetto trampolino di lancio per il “mostro”, al suo inizio sarà fondamentale essere con i migliori. Succede però qualcosa durante la discesa: Contador, la maglia rosa, fora e rimane indietro, si trova così ad iniziare il Mortirolo nel peggior modo possibile, costretto a rincorrere a quasi 1 minuto di ritardo.

Si respira un’atmosfera strana al traguardo mista di eccitazione ed emozione, dopo il primo passaggio il numero della folla cresce sempre di più. Ho sognato da anni quel momento, poter essere all’arrivo  della tappa con la “montagna del Giro” quella che ho sempre amato più di tutte, ammirare in prima persona il dominatore del mostro. Tutto ad un tratto quell’atmosfera apparentemente pacifica muta inspiegabilmente, si dice che la maglia rosa sia dietro e così ci si precipita ai televisori e si costata con i propri occhi che Alberto Contador è staccato, impossibile per lui recuperare, è finita, ha perso il Giro, il Mortirolo non ha perdonerà nemmeno lui.

Il Mortirolo non perdona, sembra essere questa la sua tremenda legge: se percepisce che qualcuno non è degno improvvisamente lo fa retrocedere, il suo pedalare diventa ancora più difficile di quello degli altri, poco alla volta scompare dal gruppo dei migliori. A molti succede questo, quasi si farebbe prima a dire a chi questo non succede; davanti rimangono in pochi, mentre Contador inizia la sua scalata. Questa volta però è diverso, stranamente non è davanti a tutti, non c’è qualcuno che lo segue, ma è lui che si lancia all’inseguimento di tutti gli altri. Dai suoi occhi sembra non leggersi preoccupazione, il volto non mostra smorfie di fatica, ma in cuor suo penso che stesse lottando contro nemici invisibili. È tremendo, è vero, il Mortirolo, ma al contempo è magico, è capace di dare la giusta gloria ai campioni e riconoscere il vero valore. Forse in esso vive uno spirito in grado di punire e di premiare, affascinato dalla maglia rosa e dal suo portatore, accompagna Contador durante la sua scalata, lo affianca durante la sua impresa. Sembra piegarsi alla danza sui pedali del pistolero che sfidando le leggi del possibile si avvicina sempre di più agli avversari, 50, 40, 30, 20, 10 secondi, ecco il suo ritardo affievolirsi poco alla volta fino a scomparire, è davanti insieme ai più forti, ora fa seriamente paura. Colpisce duro il mostro concedendo solo a tre superstiti di rimanere salvi: la maglia rosa, Mikel Landa e Steven Kruijswijk, nemmeno Aru c’è più naufragato qualche chilometro prima. È l’olandese, il meno forte tra i tre, che si pone davanti portandosi dietro la coppia di avversari, traghetta il minuscolo drappello senza mai voltarsi, chiedere aiuto, quasi volendo dire “concedetemi questo onore”. Sembra avere una strana sintonia con il Mortirolo che si quieta sotto le sue pedalate, si legge fatica sul suo volto ma non vuole cedere il passo a nessuno, quasi come se quello sia ciò che ha sempre sognato. Al gpm i due spagnoli concedono a lui l’onore di transitare per primo mentre il mostro sembra salutare un amico prima di accogliere nuove vittime.

C’è sempre più adrenalina negli animi di chi si trova al traguardo, dopo aver visto quanto fatto dal pistolero ormai nessuno parla più, quasi incantati dall’impresa poco prima manifestatasi. Si guarda con occhi spalancati l’incredibile discesa del terzetto prima di ricominciare a trattenere il fiato per l’ultima salita. Si sentono urla ad ogni pedalata dei tre; qualcuno esulta, qualcuno dissente quando Landa scatta in faccia a Contador e Kruijswijk, in molti speravano che vincesse uno di questi due, ma tante volte le emozioni devono essere piegate dalla legge del più forte, del più astuto e fare posto all’ammirazione. Esulta il giovane Mikel che taglia in solitaria il traguardo, piange per la gioia e per la tristezza in un vortice di emozioni e di contraddizioni: obbligato da sé stesso ad essere felice per la vittoria e triste per il crollo del capitano Aru. Arrivano poco dopo Alberto e Steven, quelli che per molti sono i due eroi di giornata e che vengono accolti con fragorosi applausi. Entrambi meritevoli della vittoria, ma per quella volta non troppo tenaci da poterla raggiungere.

È tremendo il Mortirolo perché non lascia un attimo di respiro, dilania le gambe, ma anche le emozioni, rende capaci di cose incredibili grazie alla sua magia. Spaventa “il giro della morte” che segna gli sconfitti e i vincitori, i temerari, i campioni, non fa sconti a nessuno. Si legge tutta questa fatica sui volti di Contador e Kruijswijk, il primo costretto a sconfiggere le leggi del tempo, il secondo con l’onore e il dovere di portarsi dietro i suoi nemici, non perdona il Mortirolo, non perdona il giro della morte. Giungono Alberto e Steven sul traguardo, insieme, ma la maglia rosa si gira e lo lascia passare, quasi come segno di gratitudine per la piccola impresa. Batte le mani, gli dà una pacca sulle spalle, mentre sembra dirgli “grazie”.

Giorgia Monguzzi

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