UN MECCANISMO PERFETTO

“tic, tac, tic tac” l’orologio segna incalzante il passare dei secondi che si susseguono in modo regolare, sono sempre meno quelli che separano dalla partenza ufficiale del 98° Giro d’Italia. I sospiri si fanno intensi, i muscoli si contraggono , l’ora è giunta si deve partire. Una alla volta si susseguono squadre alla partenza i cui corridori sono posti uno accanto all’altro sull’asse orizzontale, con il volto all’insù scrutano ciò che li aspetta. Sono in tutto 17,6 i  chilometri previsti per la cronometro a squadre inaugurale che si snoda sulla pista ciclabile che collega San Lorenzo a Sanremo, la prima prova per tutti, ma che si prevede già dare discreti distacchi tra gli uomini di classifica.

Per certi versi a prima vista sembrerebbe un’avventura in cui un drappello di compagni si getta per affrontare le insidie del percorso. C’è però molto di più in quel formarsi repentino di una fila indiana di corridori, uno studio, una perfezione che fa sì che l’equazione che tiene insieme la squadra sia verificata. C’è chi proprio le cronometro a squadre non le sopporta, in queste prove deve solo cercare di difendersi mettendo davanti i propri compagni che sanno “tirare” di più, lottano con tutte le loro forze ma si trovano quasi a soccombere e ad essere confinati sul fondo della classifica. C’è chi invece lotta per la rosa e ritiene tali sfide della massima importanza, ogni distrazione potrebbe far accumulare un ritardo nei confronti dei diretti avversari, non importa se si vince o no, l’importante è non perdere nei loro confronti. C’è chi infine le cronometro a squadre non le vede come semplici prove contro il tempo in cui gareggiano 9 atleti contemporaneamente, ma il loro sguardo, va ben al di là di tutto ciò. È arte, estrema perfezione, ricerca del modo per essere perfetti. Una ricerca infinita e maniacale al fine di trovare qualcosa in grado di battere la resistenza dell’aria, per superare sé stessi e le leggi della natura. Potremmo definirle scuole, centri, squadre, come volete, in pratica un insieme di persone che perseverano nella ricerca e atleti che sono in grado di sfruttare al meglio ciò che viene messo a loro disposizione; prima fra tutti Orica Green Edge, Sky ed Etixx, scuola australiana, inglese e belga che fanno di queste prove una vera e propria regola.

Quando si parla di possibili vincitori di tappa non si può proprio non pensare all’Orica; gli australiani hanno un culto particolare per queste prove che preparano meticolosamente, provando e riprovando il percorso. Fin dalla partenza si posizionano in fila indiana, a turno vanno a tirare. Sembrano costituire un meccanismo tenuto insieme dal muoversi costante delle potenti pedalate che sono una piccola parte di quel grande numero di ingranaggi che lavorano senza sosta. Ognuno sa cosa deve fare, quale posizione occupare affinchè il meccanismo funzioni nel migliore dei modi, una macchina studiata nei minimi particolari. Sembrano volare sul tracciato della prima tappa, extraterrestri venuti a farci visita, si alternano davanti diversi corridori che dopo una trenata micidiale si staccano lasciando davanti, forse per una legge assurda, solo i “prescelti”. Sulla carta solo la Sky, gli altri specialisti di questa arte, potrebbero scalzarli, ma questi sono giunti da un pezzo al traguardo, stranamente non hanno segnato uno dei tempi migliori, anzi tutt’altro. Sembrerebbe che il loro meccanismo si sia improvvisamente rotto, forse una di quelle componenti apparentemente inutili ma che precludono il suo totale funzionamento ha smesso di lavorare, non è al suo posto ed è così che Porte e compagni si ritrovano ad arrancare. Nemmeno la Etixx riesce a contrastare il dominio degli australiani, forse perché priva delle sue locomotive. Gli atleti della terra dei canguri se la devono vedere con avversari inusuali: l‘Astana  di Fabio Aru povera di grandi specialisti che fa segnare un tempo favoloso giungendo al traguardo senza perdere nessuno dei suoi componenti. Altri sono invece gli uomini Tinkoff ,la squadra di Contador, che fanno segnare addirittura il miglior intermedio.

prima tappa

“tic, tac, tic, tac”. Quel suono incalzante di orologio sembra farsi sempre più lontano e per l’Orica segna la sua fine dopo 19’26”dal suo inizio. Per le altre squadre non c’è nulla da fare e così come da pronostico sono gli australiani ad aggiudicarsi la tappa. “hey boys, great job” si dicono tra di loro con volti sorridenti appena arriva l’ufficializzazione, mentre a Simon Gerrans spetta la gioia più grande di vestire la rosa. Tappa e conseguentemente maglia, il miglior premio per tutta l’Orica giunta al Giro con l’obbiettivo di conquistare questa prima frazione, dopo una lunga preparazione. Ci si prepara mesi prima per questa prova studiata scrupolosamente da direttori sportivi e corridori, in modo maniacale oserei dire. Posizione, bicicletta, casco, indumenti, scarpe e calzini, nulla viene lasciato al caso e tutto è perfetto, studiato e ristudiato in gallerie del vento e mezzi dalla tecnologia insuperabile per ottenere il massimo risultato. Un apparente insieme disordinato di pezzi che diventa improvvisamente un puzzle quando viene dato il via alla prova.Una cura senza eguali per i particolari, sacra, infinita, come il culto di un poeta per la sua musa, di uno scienziato per la sua anti-materia, di un matematico per il suo algoritmo, di un filosofo per l’essenza. Tutti piccoli componenti di un’arte che trova la sua massima espressione in un meccanismo perfetto.

Giorgia Monguzzi

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