LA MILANO SANREMO E IL SOGNO DI JOHN

Ci sono sguardi, volti, fatica, emozioni, ma soprattutto sogni. Sogni di atleti, di uomini e ragazzi e che fin da bambini li rincorrono senza mai riuscire a raggiungerli. Sono tanti gli obbiettivi sperati e desiderati, ma quello più grande per qualcuno che ama il ciclismo è senza dubbio la Milano-Sanremo. La classica di primavera, la prima tra quelle del nord, la più lunga, la più straziante, la più emozionante, quella che rappresenta il sogno di chiunque. È domenica mattina a Milano, piove, fa freddo, un tempo da tregenda, tutto rende ancora più difficile la partenza della classica di primavera e di conseguenza i suoi 293 km. Tanti avventurieri già fradici prima di incominciare si presentano uno dopo l’altro al foglio firma, carichi di emozione pronti a sfidare il destino. Tanti volti e speranze per una corsa che è tra le più assassine che esista per la brutalità dell’evidenza che solo in pochi potranno solo sperare nella realizzazione del proprio sogno e solo uno realmente ce la farà. Sono proprio pazzi quelli che decidono di prendere il via nonostante l’acqua e le basse temperature che flagellano le loro membra, un po’ come quelli che vanno alla ricerca di uragani trascinati dalle loro emozioni e così la corsa inizia flagellata dal tempo inclemente, i corridori in sua balia cercano di farsi trascinare chilometro dopo chilometro. Sono sguardi pallidi e straziati quelli che si intravedono a Tortona sfregiati dall’acqua e dal gelo, già lottano per non farsi piegare dal tempo nonostante la corsa sia appena iniziata, al Turchino si ritrovano ancora quei volti ancora più sofferenti ma sempre sognatori e speranzosi di potercela fare. Il Turchino è solo il primo delle tante asperità di giornata seguito dai capi e dalla Cipressa, tutti ostacoli che separano da Sanremo, vie di passaggio obbligate che tremendamente urlano “tu puoi passare e tu no” mentre la pioggia straziante non esita a cessare.

L’edizione di quest’anno sembrava molto lontana dall’essere una classica di primavera quand’ecco un timido sole spuntare nel cielo della Liguria ed avvolgere la corsa proprio nel momento decisivo: il Poggio. Una salita semplice, non troppo lunga, non troppo in piedi, ma che posta in quel punto della corsa è in grado di compiere travolgimenti inimmaginabili: chi vuole evitare la volata è qui che dovrà scattare, chi vuole fare fuori gli avversari più temibili o levarsi di mezzo quelli più deboli, solo uno è il colpo a propria disposizione. Ci si aspetta di tutto in questa salita, ma quel tutto che avviene non è il tutto che ci si aspettava: scattano Van Aavermaet, Gilbert e Felline per poi essere ripresi, ma tutti gli altri non si vedono, immobili in mezzo al gruppo con la paura di sbagliare e conseguentemente di vedersi portare via il proprio sogno. Ed è così che ci si ritrova allo scollinamento con il gruppetto praticamente compatto e nessun avventuriero solitario, la vera selezione arriva durante la discesa quando con la caduta di Gilbert altri corridori come Kwiatkowski e Ciolek devono dire addio alle speranze della vittoria. Sull’Aurelia il gruppo è compatto, alla rotonda svolta a destra, quest’anno non si arriva più sul lungomare, ma sulla storica via Roma, siamo nell’ultimo chilometro. Al traguardo c’è un silenzio indescrivibile, l’emozione rende incapaci perfino di parlare, tutti attendono di vedere davanti ai loro occhi il vincitore. Ormai i pochi rimasti sono tutti contro tutti, si studiano, si guardano consapevoli che ormai sono quelli che li circondano i veri muri che li separano dal traguardo. Tra quei volti c’è quello di Peter Sagan che confida tutte le speranze nella volata ma è tropo occupato a studiare Fabian Cancellara che a sua volta è talmente sicuro di un arrivo allo sprint che non tenta l’azione solitaria, le due giovani speranze italiane Cimolai e Bonifazio,Degenkolb che un anno fa doveva fare i conti con una foratura colpitolo proprio nel momento più importante, Matthews che è pronto a vedere fino a dove può arrivare e  Kristoff che proprio nell’edizione passata aveva incoronato il suo sogno. In fondo al rettilineo finale si vedono spuntare i corridori, la volata è già stata lanciata, il norvegese è davanti a tutti seguito da Bonifazio che cerca di chiudere quel buco sempre più grande. Sono sempre di meno i metri che separano dal traguardo e sembra che ormai Kristoff sia riuscito a fare il bis, ma da dietro alle sue spalle prova il tentativo impossibile John Degenkolb che con tutte le forze rimaste prova ad agguantare il sogno che sta per scappargli via. È impossibile descrivere come tutto sia successo in pochi istanti, come il tedesco sia riuscito ad ingannare l’evidenza e in un attimo a trovarsi a braccia alzate primo sul traguardo.

“john degenkolb ce l’ha fatta” urla a gran voce lo speaker sul traguardo mentre John sfinito passa grande velocità con una smorfia sul volto schiacciando i freni per fermare la sua avanzata. Sul volto porta i segni di quei 293 km di fatica, di pioggia, di vento, di freddo e poi di sole, gli scendono timide lacrime, ma per felicità, i suoi occhi parlano da soli fanno vedere tutta la sua emozione, ce l’ha fatta, ha realizzato il suo sogno. Mano a mano che arrivano i suoi compagni accorrono ad abbracciarlo, il loro volto di gioia è come una piccola macchiolina tra i tanti irti di fatica, sono felici per il loro compagno e amico mentre lui stremato fatica a reggersi in piedi. Non riesce nemmeno a parlare per lo sforzo appena compiuto pronuncia solo un “unbelievable”straordinario, incredibile e solo da questa parola si capisce quanto sia emozionato e non si sia ancora realmente reso conto di ciò che ha fatto. La Sanremo d’altronde è proprio così: ti consuma le energie, ma rende altresì capaci di cose incredibili che mai si pensava di riuscire a fare e quando meno ce lo si aspetta si riesce a realizzare il proprio sogno di vincerla. Degenkolb era da 5 anni che rincorreva questo sogno, ma mai ce l’aveva fatta, solo l’anno scorso c’era andato vicino, ma nel momento più importante aveva forato costretto ad abbandonare le sue speranze, ma invece in quel momento era lì, subito dopo la linea del traguardo ad essere acclamato vincitore per quel sogno appena realizzato. È il momento delle premiazioni: sul terzo gradino del podio c’è Matthews con il volto un po’ amareggiato, sul secondo c’è Kristoff che sembra essere di tutt’altra opinione e appena vede il vincitore lo applaude felice consapevole di ciò che si prova a vincere. John guarda il cielo incredulo e in quel momento si lascia finalmente andare a quel pianto liberatorio che teneva dentro di sé. Le lacrime non esitano a scendere dagli occhi rossi per la fatica e l’emozione “john hai vinto” si sarà ripetuto dentro di sé in quel momento, subito dopo e per tutta la notte in cui sicuramente avrà fatto fatica a dormire. “john hai realizzato il tuo sogno” perché la Sanremo è così, cattiva, ma in fondo in fondo magica, ogni anno infrange tanti sogni e ne realizza soltanto uno.

john

Giorgia Monguzzi

 

 

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