TUTTA COLPA DI UN’EMOZIONE

Ci sono emozioni incontrollabili, belle brutte, che non si possono descrivere a parole. Ci sono pianti, grida, sorrisi. Ci sono volti, occhi, bocche e persone, ma soprattutto c’è l’attesa. Quell’attesa che avvolge chiunque si trovi al cospetto di una gara di ciclismo. Chi la guarda da dietro un televisore, chi la sta correndo, ma soprattutto chi si trova dopo la linea del traguardo:  fotografi pronti a scattare, il pubblico che sbraccia perché non vede l’ora di conoscere il vincitore; amici, madri, padri, figli, mogli e fidanzate che ancorati alla transenna sperano con tutto il cuore che vinca il loro beniamino. Ci siamo, in lontananza compare il gruppo compatto, o perlomeno tutto ciò che resta del plotone, sicuramente sarà volata, mancano solo 200m, un lungo rettilineo, qualcuno sta per scattare. Tutto in un attimo si ferma, le lancette sugli orologi sono immobili, le ruote non girano più sull’asfalto, le urla vengono interrotte a metà, gli sguardi rivolti verso ciò che sta accadendo, le dita dei fotografi che attendono il momento buono per scattare tremano per l’emozione nonostante la grande esperienza, si è con il fiato sospeso ancorati in un tempo senza tempo, solo chi ha provato almeno una volta nella vita a stare dopo un traguardo può capire tutto ciò.

È domenica primo marzo, nel cielo della Svizzera splende un sole caldo, siamo a Lugano dove come ogni anno ad inizio marzo ci si dà appuntamento per il tradizionale gran premio, giunto quest’anno alla sessantanovesima edizione, in cui si sfidano sempre grandi campioni. Si tratta di una corsa fantastica intorno alla città strutturata su circa 5 giri al primo del quale un drappello di circa 15 corridori parte all’attacco rimanendo al comando fino all’ultimo giro. È l’ultimo passaggio sulla linea del traguardo prima dell’arrivo, i fotografi  iniziano a posizionarsi per avere lo scatto migliore, il pubblico cerca di sporgersi dalle transenne per fare delle prove di visuale prima dell’arrivo. C’è una pluridicità impressionante di volti, di persone, tra queste c’è anche la mia omonima Giorgia Chiarini, fidanzata di Niccolò Bonifazio, che chiama mio papà e me a gran voce “speriamo che Niccolò vinca, speriamo, io ci credo” continua a ripeterci speranzosa, una situazione molto simile a quella dell’Agostoni del settembre scorso, anche in quell’occasione ci aveva confidato le sue speranze che si erano concretizzate. Lei prende posto nuovamente dietro le transenne, noi dopo il traguardo in mezzo agli altri fotografi. Manca poco, ci sono degli scatti che vengono annullati, mancano cinque chilometri, due chilometri. Si prende la macchina fotografica in mano, la si accende, la si punta verso il traguardo, ultimo chilometro, ci siamo. I corridori iniziano ad apparire all’inizio del rettilineo.

Ed ecco tornati proprio nel momento in cui tutto si era fermato, una volata che stava per incominciare, individui pronti a conoscere il vincitore, atleti a dare il tutto per tutto, guardi che si scrutano. Davide Cimolai traghetta fuori dal plotoncino il compagno  Bonifazio che non ha problemi a guadagnare subito un grande vantaggio; la gente si sporge dalle transenne, c’è ancora silenzio, nell’aria c’è solo il rumore provocato dai fotografi. Niccolò taglia per primo il traguardo. Ed ecco come per magia che tutte quelle grida, quei sorrisi, quei salti, quella gioia interrotta a metà riprende il suo corso. Un attimo dopo Giorgia  salta letteralmente le transenne, urla, appena ci vede ci abbraccia e non noi non possiamo fare a meno che essere felici. È incredula, corre di qua e di là fino a quando trova le braccia di Niccolò dove sprigiona tutta quell’emozione accumulatasi durante tutta la volata, interrotta bruscamente in quegli interminabili secondi. Giorgia continua a piangere dalla gioia, anche sua mamma è al settimo cielo: quel giorno era il suo compleanno e il fidanzato della figlia le aveva promesso un bel regalo che non è tardato ad arrivare. Tra questi volti spunta anche quello della mamma del vincitore, una signora bionda molto simpatica, anche lei si divide tra il pianto e la gioia, “non mi sembra vero” ci dice, “tutte le volte che andavo a vederlo non vinceva mai, ma oggi finalmente l’ho visto vincere, sono troppo felice”.

Sotto il palco durante le premiazioni la gente urla, si sbraccia ,applaude, gioisce, si dispera, piange, ognuno ha una reazione diversa per quello che è appena successo, un’energia grandiosa che pochi istanti prima non c’era. Emozioni che ritroviamo anche sul podio, contrastanti, belle, brutte: Niccolò sul primo gradino  ancora incredulo e sorridente, sul secondo Francesco Gavazzi triste per l’ennesimo secondo posto della stagione. Il valtellinese asciuga le lacrime agli occhi, ma è impossibile riuscire a nascondere l’enorme delusione, un’altra vittoria mancata per un soffio, riesce a sorridere solo quando prende tra le braccia il figlio Achille. Poco dopo anche Bonifazio scende dal palco e abbraccia tutta la famiglia che ancora non crede a quello che è successo. Ci  sono tanti abbracci, uno diverso dall’altro, di gente che gioisce, di gente che è triste, d chi festeggia e di chi è deluso, ce ne uno per ogni emozione. Anche le emozioni sono impossibili da contare talmente ce ne sono, sono incontrollabili, magiche, imprevedibili perché si accumulano in quei pochi secondi di attesa che possono diventare interminabili dopo i quali si avrà una reazione inimmaginabile. Si attenderà, si gioirà, si urlerà, si piangerà, si scavalcheranno transenne, si scaleranno muri tutto per colpa di un’emozione.

IMG_3580 (photo by Carlo Monguzzi)

Giorgia Monguzzi

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