SCHIENA CONTRO SCHIENA, SGUARDO CONTRO SGUARDO, POI ARRIVO’ LO SPARO DEL PISTOLERO

158,8 km per la sedicesima tappa della vuelta. La chiamano tappa regina che già solo il nome fa intendere qualcosa di grandioso, lussureggiante ma al contempo qualcosa di simile alla spietata tirannia dei re. 5 colli da scalare, salita e discesa, un continuo alternarsi di opposti, nessun metro di pianura, nessuna via di mezzo, nessuno spazio in cui pensare, meditare , sbagliare e poi correggersi. Solo un lungo susseguirsi di alti e bassi, tensione, adrenalina, la vittoria per alcuni, la sconfitta per altri. Davvero spietata come tappa che si propone essere il campo di battaglia tra gli uomini di classifica che già tra loro hanno fatto scintille. Strana come frazione, sia per la sua incredibile altimetria sia per quello che avviene nel bel mezzo della fuga dove si fa largo una compagine italiana. Quasi fossimo nel bel mezzo di un qualche Rocky e pronti a veder lottare toro scatenato sembra di essere stati catapultati al margine di un ring: tra Rovny e Brambilla inizia un diverbio, poi una spinta di là e una di qua con l’aggiunta di qualche colpo di mano per essere in tema, i due pugili improvvisati sembrano scatenati. Tutti li guardano con occhi spalancati quasi per chiedersi cosa stia succedendo, mentre i due  non esitano a smettere. Non si sa chi abbia iniziato e per il momento nemmeno cosa abbia scatenato tutto ciò, fatto sta che a circa una quindicina di chilometri dal traguardo, mentre l’italiano è peraltro in testa alla corsa con Poels e De marchi, arriva un “andatevene a casa” da parte della giuria, per dire tutto più semplicemente una squalifica per entrambi i corridori, la situazione nonostante le proteste del corridore dell’omega, sembra essersi conclusa.

Accantonate così per il momento queste ostilità si entra nella parte più dura della tappa, ultima salita, tutti pronti per lo spettacolo. Ben presto solo un uomo solitario rimane al comando, riesce a mantenere e anche ad incrementare il suo vantaggio di 2 minuti sul gruppo, chi può essere costui? È Alessandro de marchi, strano dirlo, ma non certo una novità, ormai il friulano dopo la tappa vinta ci ha preso gusto, quasi un obbligo, un’esigenza mettere un proprio sigillo in ogni occasione, una prova di forza ma soprattutto di tenacia e di coraggio. È dietro però dove gli occhi sono tutti puntati, da molto tempo la sky ha preso assoluto controllo su tutti gli avamposti, da un momento all’altro il corno per l’inizio ufficiale della battaglia verrà suonato. Mancano 4 km quando Froome rompe gli indugi e con un potente scatto disperde coloro che lo circondano, ma tra questi è Contador l’unico a non darla vinta, quasi come una molla si incolla alla sua ruota, “non ti lascio mica andare” sembra sussurragli e così questa coppia di opposti inizia la sua cavalcata. Gli altri non ci sono, dietro sembrano già tutti fare i conti con le riserve di energia in esaurimento, ma non si danno per vinto: Valverde e Rodriuguez, l’inusuale coppia che non ti aspetti cercano con ogni mezzo di annullare quell’enorme ritardo, con loro uno straordinario Aru che per nulla al mondo è intenzionato a lasciare la loro compagnia.

Froome e Contador raggiungono la testa della corsa dove ad aspettarli c’è De Marchi che si mette subito dietro di loro. Il terzo elemento di una coppia di fuoriclasse che si guardano con fare quasi minaccioso, l’italiano è lì, proprio nel mezzo, stretto tra due fuochi, tra due titani, ma lui non è da meno non vuole arrendersi; sembra quasi di fastidio in quella lotta senza tempo. Il friulano rimane attaccato a quel trenino in modo magistrale, quasi a voler fare il guastafeste, fino a quando mancano 2,5 km, poi è costretto ad abbandonare la compagnia. Il keniano bianco sempre davanti, quasi a voler dimostrare agli altri e a sé stesso che lui è il più forte, accelera continuamente, ma lo spagnolo gli soffia il fiato sul collo, non lo molla. In continuazione il britannico aumenta la pedalata, quasi convinto di essere ormai in compagnia solo di sé stesso si volta, ma sempre e costantemente riceve di ricambio lo sguardo del suo avversario. Solitari, come nelle battaglie più grandiose tra gli dei dell’Olimpo, tra due supereoi, tra jedi e sith, in scontri in cui non serve solo la forza fisica, ma soprattutto quella del cuore. Ad ogni sguardo un altro sguardo, ad ogni attacco un altro attacco, ad ogni provocazione una risposta. Sembra cambiare lo scenario intorno a loro, non più la vuelta di Spagna, la prestigiosa corsa ciclistica, ma qualcosa di più. Un luogo indefinito senza tempo, al centro ci sono loro due, gli occhi, le speranze sono su di loro. Due opposti uno contro l’altro, un soldato ed una ballerina li avevo definiti, il primo potente di pedalata il secondo leggero ed infernale, tutto può succedere. Ognuno sembra voler aspettare la mossa dell’altro, negli occhi dell’uno vengono riflessi quelli dell’altro, sguardi che si scambiano due cawboy nel deserto, prima di girarsi schiena a schiena e iniziare a contare. Da quel momento in poi non si sa cosa farà l’altro, non bisogna più aspettare, bisogna agire per primi, ogni istante perso è un passo verso una possibile sconfitta. Contador lo sa bene, conosce abbastanza a fondo il suo avversario da sapere che in ogni momento potrebbe partire e lasciarlo lì, anche per il britannico è lo stesso. È l’ultimo chilometro, nessuno si è messo fra di loro, forse per paura o semplicemente per mancanza di forza, schiena contro schiena ormai non si può più aspettare. È frazione di secondo, forse meno, quando nella mente dei due combattenti nasce quella scintilla che ti fa attaccare, a Contador arriva quando mancano 700m, non è una come tante, è la potenza in persona. Parte la musica, lo spagnolo si alza sui pedali e con una furia incredibile inizia a danzare, se ne va, mentre dietro il baratro più oscuro si apre, Froome sembra esserci appena caduto dentro. Lo spagnolo va, sembra avere ali al posto dei piedi, le pendenze sotto le ruote animate dalla sua danza sembrano piegarsi al suo volere, in quei metri verso il traguardo sembra cadere una volta per tutte ogni singola sfortuna che ha dovuto affrontare, quella maledetta tibia non l’ha sconfitto. Le piega con la sua forza, per giungere al traguardo con uno sparo, il britannico solo dopo 15” dietro di lui un fenomenale de marchi che al traguardo esulta, fa bene a farlo,è lui insieme ad Alberto lo straordinario vincitore di questa giornata. Poi Valverde, Rodriguez e un inarrestabile Aru.                                                      Il pistolero ha vinto, lo ha fatto con potenza , con il cuore, non ha aspettato che il suo avversario aprisse il fuoco, è stato lui il più lucido, il primo a girarsi e a coglierlo alla sprovvista. Urla il pubblico presente in quell’epico duello, per la felicità e per l’adrenalina, non ci sono vie di mezzo, o si vince o si perde, un po’ proprio come la tappa. La chiamavano regina, quasi come se fosse adatta ad un re o a un imperatore, a un padrone sconosciuto che con un abile colpo di pistola ha preso le sembianze di Alberto Contador.

contador 1

Giorgia Monguzzi

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