DELLE SPERANZE, UNA CADUTA E UN SOGNO CHE SE NE VA

Sogni, rinunce, aspettative. Quante volte ci sarà capitato di pronunciare queste tre parole parlando di qualcosa di futuro più o meno lontano, le nostre speranze per qualcosa che facciamo di tutto affinchè accada. Tanti sacrifici per un sogno che continuiamo a riconcorrere e che un giorno speriamo di raggiungere, diventa parte di noi, caratterizza la nostra vita. Questo sarà accaduto a molti di noi, ma sicuramente anche a Mark Cavendish, corridore dell’omega Pharma quick step. Di corse nella sua vita ne ha vinte e anche molte, quasi si fa fatica a contarle talmente il loro numero è elevato, ha indossato tante maglie di leader, ma non tutte, gliene manca una quella gialla del tour de France. L’anno scorso dopo tanti anni alla grand Boucle è stata proposta come prima tappa un arrivo per velocisti, un occasione per lui di raggiungere quel tanto rincorso obbiettivo, ma gli è andata male. In quella tappa è successo tutto il possibile ed immaginabile, tante cadute, un pullman incastrato e alla fine la vittoria è toccata a Marcel Kittel. Quest’anno per la prima frazione un’altra occasione per le ruote veloci di accaparrarsi la prima gialla, ma questa volta sarebbe stato diverso: la corsa a tappe sarebbe partita dallo Yorkshire nella penisola britannica. Un’occasione unica per Cavendish che vincendo avrebbe onorato la sua terra di provenienza, sua mamma in particolare che proprio lì è nata. Un sogno subito nato nel cuore del forte corridore dell’isola di Man che ha impostato tutta la stagione per raggiungere questo obbiettivo,  tanta determinazione, allenamento e tante rinunce tra cui anche il giro d’Italia (per la verità anche spinto da un suo sponsor) per preparare al meglio, in modo quasi maniacale, il suo tour. La squadra è stata allestita alla perfezione anche per cercare di portare a casa la maglia verde, tutta per lui, un blocco imbattibile che si sarebbe imposto potentemente davanti al gruppo per poi pilotarlo nelle sue incredibili volate. Bakelands,Golas e Terpstra avrebbero avuto il compito di stare davanti a tirare durante la tappa, Kwiatkowski e il campione del mondo a cronometro Tony Martin sarebbero entrati in azione negli ultimi chilometri per aumentare la velocità, poi Trentin e Petacchi ed infine l’amico Renshaw che sarebbe stato il suo ultimo uomo. Prima della partenza della tappa gli occhi di Mark erano già concentrati, salutava i membri  della casa reale , ma la sua mente era già sul traguardo e su quello che sperava che accadesse. Tutto è andato quasi come previsto: la corsa è stata controllata tutto il giorno soprattutto dalla Lotto, ma anche dalle altre squadre, ultimo fuggitivo ripreso e poi inizio del lavoro davanti al plotone. Tutti hanno lavorato alla perfezione mentre Terpstra continuava a fornire indicazioni. Ultimi due chilometri, è il turno del polacco, ormai il sogno del britannico è sempre più vicino, lo ha cullato durante tutta la frazione, lo sta per raggiungere. Tony Martin davanti, ultimo chilometro, sta per iniziare la volata mentre Cancellara che aveva tentato di anticipare tutti è quasi raggiunto, è tutto perfetto, ma qualcosa va storto. È nei momenti più importanti, più decisivi, quelli che aspettiamo da tanto tempo che chissà perché ci viene quell’impulso di fare qualcosa che invece non dovremmo; lo stesso avviene a Cavendish: cerca di spostare Simon Gerrans, non ci arriva, usa la testa causando un’inevitabile caduta. In un attimo, in un minuscolo attimo, ecco il suo sogno cadere, proprio come lui, frantumarsi mentre davanti sul traguardo si ripete lo stesso copione dell’anno passato con Kittel in giallo. Non ci voleva proprio, era tutto troppo perfetto per raggiungere il suo obbiettivo, ci era troppo vicino, quasi come quei dannati confinati nell’antinferno che continuano a rincorrere quel vessillo senza raggiungerlo mai. Mark è a terra, sui suoi occhi le lacrime, per un sogno sfilatogli via in un modo così orrendo, si rialza, si tocca la spalla, ma sembra che non si sia rotto niente. Si pensa già alla tappa successiva, anche all’ultima nella penisola britannica, ci si chiede già cosà potrà inventare per tentare di vincere nella sua terra. Sono tante le speranze, i progetti, ma in un attimo tutto questo il giorno successivo cade: Cavendish fa una riunione con il suo team e poi quella tremenda decisione “non parto”. Un ritiro illustre, a causa della spalla lussata, a questo tour de France che perde così uno dei protagonisti in caso di arrivo in volata, tanta sfortuna per lui che si vede costretto a rinunciare proprio quando la corsa più importante veniva a casa sua, addio obbiettivo maglia verde, un team tutto per lui che quasi ora fatica a trovare un senso.  Si spera tanto nella vita, si fanno molti sacrifici per provare a raggiungere i propri sogni e poi quando si è lì per raggiungerli essi sfumano via in modo vigliacco troppo doloroso, infame direi. Diamo l’anima per riuscirci e alla fine tutto è inutile, quasi come se qualcuno ci prendesse in giro. Giacomo Leopardi se lo ripeteva sempre “o natura, o natura perché non rendi poi quel che prometti allor?”. Erano in molti a ritenerlo pazzo, super negativo, tanti lo pensano anche oggi, secondo me lui un po’ di ragione l’aveva, eccome, anche all’inizio di questo tour abbiamo avuto la conferma. Tanti sacrifici da parte di Cavendish per raggiungere il suo sogno che poi, puf se ne andato. È bastato un inganno, una caduta e un ritiro per sconvolgere completamente i piani della vita di un uomo.

Giorgia Monguzzi

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