UNA MAGIA DI TRE COLORI, UN SOGNO REALIZZATO E MOLTI SPEZZATI

Sono tante le corse di ciclismo, una più bella dell’altra, ma tra tutte quella speciale per ogni corridore è il campionato nazionale; per la prova italiana professionisti di quest’anno riconfermato, come per l’edizione passata, il tracciato del trofeo Melinda. È strana come corsa, non partecipano tutti quei super squadroni che ci sono in tutte le altre competizioni, c’è qualche squadra completa, ma per il resto drappelli di alcuni atleti che con poche teste si ingegnano per qualche tattica. Tanti corridori solitari che come esploratori giungono richiamati dal sogno di poter indossare la maglia tricolore, da soli contro tutti, carta bianca per ogni possibile mossa. I partenti mi ricordano tanto i sognatori che impiegavano la propria vita alla ricerca del Graal, sono come attratti da esso e come loro non sanno per niente dove si trova, quali pericoli dovranno affrontare, quale strada percorrere, sono soli contro tutti muniti di coraggio per rincorrere il loro sogno. Molti sono così i partenti di questa edizione, alcuni partiti per aiutare i compagni di squadra, altri per allenarsi e chi ha proprio in mente un vero colpaccio. La corsa inizia ad infiammarsi ad una cinquantina di chilometri dal traguardo quando, una volta ripresi tutti i fuggitivi di giornata, nel gruppo avviene un’enorme frattura che obbliga molti atleti a dire addio al proprio desiderio di vittoria. È davvero affascinante la corsa tricolore, la magia che avvolge l’ambito premio che mette in palio capace di far fare di tutto per guadagnarsela, trasforma ogni suo pretendente. Michele Scarponi si impone potentemente davanti al gruppo al totale servizio di Vincenzo Nibali, sembra una moto che tira a tutta per sempre più chilometri senza mai cedere un metro, c’è anche Giovanni Visconti che con l’occhio furbo di una volpe osserva tutti i suoi avversari, l’unico suo ostacolo per quella maglia che già molte volte è appartenuta a lui. Matteo Trentin che di certo scalatore non è, sembra volare sulle pendenze affrontate, è il primo a riportare sotto tutti, per lui la vittoria non è così lontana come potrebbe sembrare; Domenico Pozzovivo compare ì in tutte le occasioni un po’ all’improvviso, come una macchina che dopo un attimo attiva i suoi ingranaggi. Daniel Oss è scatenato, con i capelli al vento fa trenate micidiali ed infine Ivan Santaromita, il detentore della magica maglia, dopo una stagione un po’ sottotono sembra rinato, quasi come un paladino che fa di tutto per difendere la sua patria, anche lui stregato da quel fatato indumento che ancora possiede. Tra tutti questi corridori è però  Davide Formolo quello che colpisce di più: è il più giovane della compagnia, la sua faccia da ragazzo fa sembrare che debba staccarsi da un momento all’altro, ma invece no, corre come un esperto, un saggio. Scruta tutti, nessuno escluso e decide di prendere come punto di riferimento la ruota di Nibali, risponde ad ogni suo scatto, mai colto di sorpresa, quasi come una trappola posizionata da un cacciatore che si innesta immediatamente quando la sua preda vi cade dentro. Non lo molla di un metro, non si arrende, è la sua ombra, molti avranno invidia della sua incredibile grinta e tenacia, forse è proprio per questo che lo chiamano “roccia” .Lui e il siciliano formano ormai così una coppia fissa dove c’è uno, c’è anche l’altro e dopo scatti e frantumazioni di ogni genere si trovano proprio loro due soli al comando. Entrati nell’ultimo chilometro si affiancano, si scambiano occhiate infernali, sembrano due cavalieri ad un torneo pronti allo scontro finale, Nibali non crede di essersi trovato sulla strada un avversario così tenace, Formolo di avercela fatta. Manca poco, il traguardo è lì, è una lunga corsa per raggiungerlo, il siciliano scatta e taglia per primo il traguardo.

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È questione di secondi, microscopici secondi: uno raggiunge il sogno e diventa campione italiano, l’altro se lo vede all’improvviso sfilare via quando sembra averlo preso. Dopo la coppia arrivano tuti gli altri: il terzo classificato Rabottini è il più deluso di tutti, era stato lui il primo a muovere le acque nei chilometri finali, tanti corridori ognuno con una faccia diversa, tutti però con quel pizzico di amarezza di non essere riusciti a vincere. Poi in decima posizione arriva lui, Santaromita, l’anno scorso era stato suo il sogno che si era realizzato, la maglia tricolore per una anno è appartenuta a lui, lo ha accompagnato durante tutte le corse, come un abbraccio caldo che gli ha dato sempre quel filo di speranza anche nei momenti più difficili, per tutti è stato il “campione italiano”. Alza gli occhi al cielo, guarda in giro, mette una mano sul cuore quasi come per salutare quel magico indumento che passa sulle spalle di Vincenzo Nibali. Sul volto del siciliano scendono lacrime, non ci crede, in un attimo viene avvolto da bagliore dipinto di tre colori che più volte è stato protagonista dei suoi sogni più belli. Poi in un attimo tutto è diventato realtà, quello scatto che sapeva tanto di rabbia per una stagione con non molti acuti, la responsabilità in un tratto piombata sulle sue spalle non solo di rappresentare l’Italia al tour ma di essere il campione italiano. Sul podio è emozionato, veste la maglia e gli occhi sono tutti su di lui, Rabottini alla sua sinistra è ancora deluso, forse pensa che ha sbagliato qualcosa, Formolo alla sua destra ha anche lui gli occhi lucidi, per un niente avrebbe potuto essere sua, la tenacia lo ha portato fino a lì. Una forza d’animo che appartiene ad una ragazzo di soli 21 anni, la possibilità di indossare quell’indumento lo ha stregato, gli ha fatto fare cose incredibili. È proprio fantastica e fatata, fa fare cose eccezionali e quando sei al suo cospetto ti metta alla prova, è assassina perché non ammette una via di mezzo, o la vinci o la perdi, sceglie tra tanti colui che la possiederà per un anno e che avrà il compito di onorarla. Al suo cospetto arrivano tanti avventurieri, il coraggio, un sogno realizzato, tutti gli altri distrutti, nessuno è ancora riuscito a scoprire la magia che si nasconde tra le sue strisce bianche, rosse e verdi.

Giorgia Monguzzi

 

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