LA STRAORDINARIA MAGIA DEL MISTERIOSO POPOLO COLOMBIANO

Soffia il vento sulle alte cime della catena delle Ande intervallate da zone innevate e da spazi aspri e brulli; zone quasi abbandonate caratterizzate dalla loro fortissima escursione termica, disabitate se non da piccoli villaggi. È strano come paese la Colombia caratterizzato da affollatissime aree urbane dove sopravvivono solo i più ricchi e luoghi dimenticati dispersi nella foresta e sulle montagne dove vivono per lo più gruppi di indigeni. È particolare la sua popolazione con una misteriosa storia alle spalle: sulle Ande agricoltori di mais che vedevano nella guerra uno strumento di elevazione sociale, poi altre moltitudini di popoli stanziatisi alla periferia dell’imponente impero inca che inglobava l’area sud-occidentale. Uno degli imperi più grandi e affascinanti della storia con i suoi riti magici e misteriosi, la sua potenza un tempo infinita e in un attimo svanita con l’arrivo dei conquistadores; essi sottomisero tutto il paese, poi le rivolte, la riunificazione e ancora rivolte per un paese sempre in guerra con sé stesso e le sue diverse etnie che volevano emergere l’una sull’altra. Ne sono passati di anni da quei giorni tremendi, ma non così tanti come si potrebbe pensare, ancora la popolazione è parzialmente divisa: in Colombia si parlano più di 200 dialetti indigeni senza contare le lingue più comuni, le etnie sono tantissime e se sommiamo anche tutte le popolazioni indigene è impossibile tenere il conto, un paese che sembra ormai destinato ad essere internamente diviso, ma che per un giorno si è unito.

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Un’antica credenza Inca diceva che tutto il popolo si sarebbe unito sotto l’arrivo del “Serpente D’oro” chiamato Amaru che un tempo era salito al cielo e che occupava una posizione speciale nel loro calendario. È  un po’ azzardato questo paragone, fin troppo ma in qualche modo una parte del loro serpente magico è tornata, forse è proprio questo che li ha spinti a raggiungere Trieste, città italiana che si affaccia sul mare. Uomini, donne e bambini provenienti dalla Colombia, dall’Europa o semplicemente dall’Italia si sono radunati lì nel capoluogo friulano in occasione dell’ultima tappa del Giro d’Italia per rendere omaggio al loro campione e per far sentire il calore del loro paese. Il vincitore è Nairo Quintana e come si sarà già capito è colombiano, strano come atleta, misterioso in tutto e per tutto, il mistero lo ha forse preso dalle Ande dove, dopo aver disputato e vinto il tour de san Luis, si è ritirato per allenarsi. Luoghi insoliti che lo hanno accolto in modo silenzioso e che lo hanno accompagnato durante il lungo avvicinamento verso la corsa rosa, lo hanno stregato, gli hanno trasferito quella misteriosa magia che utilizzavano i popoli antichi e gli stessi Incas quando giungevano in questi territori. Riti a noi completamente sconosciuti se non per qualche leggenda sentita qua e là ma che per l’alone di mistero che li circonda si rivelano molto potenti. In qualche modo li ritroviamo quando Quintana pedala sia in pianura che in salita, i suoi occhi sono fissi, il volto impassibile, non lascia trasparire alcuna emozione, non sembra sentire il dolore, la fatica che invece sentono tutti gli altri, sembra stregato, quasi come una delle statue dall’aspetto umano che le civiltà precolombiane adoravano. Sul podio della premiazione però questa volta il suo volto, forse per la prima volta è un po’ diverso: a vederlo da vicino si nota che è profondamente emozionato, è incredulo per quello che ha fatto, sorride mentre davanti a lui la grande schiera di tifosi colombiani urla a squarciagola.

Non c’è un vero capo o comunque una persona che abbia organizzato il tutto, ci sono tanti gruppi apparentemente divisi, tanti volti, tante storie. C’è una signora con una bambina che mi racconta che del ciclismo non ne capisce nulla, ma quando ha sentito che c’erano dei colombiani che stavano vincendo si è subito informata di cosa fosse ed è venuta lì dal centro Italia insieme alla figlia, quasi un richiamo a cui era impossibile non rispondere quello che ha spinto tutti a radunarsi lì. Una ragazza mi dice che è giunta dalla Colombia con tutta la famiglia per esserci durante quella giornata speciale, un signore invece è lì per far vedere che il suo paese è presente. Di persone ce ne sono altre, molte altre, quasi è impossibile contarne il numero, tutte sorridono e chiedono quando appariranno i loro beniamini, davanti a loro il reporter della televisione colombiana è in collegamento con il suo paese e parla veloce, non si riesce a comprendere quello che dice ma si capisce la sua emozione, eccitazione, allegria, la piazza è colorata dalle numerose bandiere, piove ma a loro l’acqua non sembra fare nulla. Compare Uran, il connazionale secondo classificato, poi Quintana il vincitore, tutti urlano cose differenti, sono implacabili e poi l’inno. Durante il minuto scarso di musica, avviene una cosa magica: tutti i gruppi di gente colombiana inizialmente divisi, come per magia si uniscono, ciò che urlano a squarciagola non è più differente da una parte all’altra. Tutti cantano l’inno con una mano sul cuore, sembrano una sola voce calda e avvolgente più forte di qualsiasi cosa, qualcuno piange per l’emozione, alcuni sorridono, mentre tutto intorno la gente sta in silenzio, tutti sono colpiti da ciò che accade, nemmeno i fotografi fotografano più, la musica cessa ma la magia non svanisce tutti in coro urlano “Colombia, Colombia”. Per una volta la popolazione è unita, non ci sono più etnie, differenze, gruppi, tutti sono uguali, tutti sono colombiani. Sembra quasi che tutto questo sembri frutto di una magia, forse una di quelle che facevano i popoli antichi e che ha stregato Quintana, il loro sguardo è identico al suo, è identico a quello di ogni colombiano presente. Alcuni potrebbero capire che si fosse quasi formata una nicchia riservata solo a gente della terra di Colombia, ma invece no, ogni tifoso dalle bandiere colorate invita ad aggregarsi a loro, a urlare con loro, a gioire con loro, ad essere uno di loro. È magico questo popolo per il suo modo di fare, di vivere, di essere unito nella sua disunità. C’è chi non crede a queste cose ma per me risentono di quel mistero dei popoli antichi che vi abitavano molti secoli fa e che hanno lasciato i loro tesori, non solo materiali,  a coloro che sarebbero venuti dopo di loro per conservarli intatti fino all’infinito. Ce ne sono molti, ma uno sicuramente è alla base della tenacia di questo popolo che vuole far capire che non vuole essere sottomesso da nessuno, c’è ed è capace di reggersi in piedi nonostante tutte le batoste subite. Un mistero che forse noi non capiremo mai ma che noteremo sicuramente osservando la bellezza del popolo colombiano.

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Giorgia Monguzzi

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