VALOROSI GUERRIERI, MILLE LUOGHI E PERSONAGGI PER UNA STORIA FANTASTICA DI UNO SCRITTORE SCONOSCIUTO

Era una pomeriggio di maggio, uno come tanti, con il sole che spuntava tra le nubi, quando uno scrittore prese un quaderno vuoto, senza righe e quadretti, più bianco della neve, spoglio di qualsiasi cosa. Lo osservò con sguardo intenso, prese una penna, una di quelle speciali, contenente un inchiostro indelebile che non va via nemmeno se per farlo scomparire ci metti tutta l’anima e l’impegno possibile, poi incominciò a scrivere. Ambientò la sua storia in Irlanda, un luogo insolito, molto lontano dalla sua terra natia, mistico e allo stesso tempo fantastico,  raccontava di uomini che combattevano una battaglia l’uno contro l’altro armati di bicicletta per aggiudicarsi una maglia colorata di rosa. Era magico questo indumento, quasi come la spada di re Artù, solo i più forti e valorosi l’avrebbero potuta raggiungere, prendere ed indossare, solo i nobili di cuore che se la sono conquistati con coraggio.

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Il suo racconto iniziò con un epico duello tra ogni squadra di atleti e la più forte entità al mondo, il tempo, colui che è impossibile sottomettere, ma questa volta ci riuscirono i portacolori dell’Orica Green Edge. Erano uomini che venivano da lontano, dall’Australia, la terra dei canguri e lasciarono l’onore di vestire la rosa al canadese Svein Tuft che in quel giorno festeggiava il suo trentasettesimo compleanno. Il giorno seguente propose una battaglia incerta fino all’ultimo secondo, una di quelle in cui devi stringere i denti fino alla fine, detta con parole tecniche volata. Vinse un ragazzo biondo, tedesco, con il volto sorridente e con il  nome di Marcel Kittel, egli si impose con tutta la sua forza sul francese Bouhanni e l’italiano Nizzolo, mentre la rosa passò a Michael Matthews. L’inchiostro stava per finire e il nostro scrittore era stanco, non aveva mai scritto con così tanta passione e così raccontò di un combattimento pressochè identico, variarono solo la seconda posizione di Swift e la terza di Viviani. Per un giorno non scrisse nulla, ritornò invece nella sua nazione di nascita, l’Italia e qui decise di continuare la sua storia, alcuni personaggi scomparvero, forse gli erano scomodi o ormai troppo famosi, come per esempio Kittel. Si tenne una naumachia sul suolo bagnato di Bari, quasi i protagonisti si ribellavano a ciò che aveva proposto per loro, si rifiutavano di combattere, ma alla fine in qualche modo riuscì a ristabilire l’ordine e ad incoronare vincitore Bouhanni. Ormai era da tempo che proponeva combattimenti piatti, con sempre gli stessi uomini che potevano vincere e così ebbe un’idea, propose uno scenario  che nel finale presentava piccole asperità e così a Viggiano vinse un “homo novus” per parlare nella lingua degli antichi romani. Un toscano per l’esattezza di nome Diego Ulissi che si lasciò alle spalle l’australiano Evans e il colombiano Arredondo. Ormai aveva preso gusto nel scrivere questa storia, gli piaceva l’idea che aveva avuto e così ne propose una simile per il giorno successivo, l’arrivo all’abbazia benedettina di Montecassino. Aveva paura però che il suo racconto fosse tutto uguale e monotono e così vi aggiunse un grandissimo colpo di scena: ferì molti degli atleti, alcuni dovettero persino abbandonare la battaglia talmente erano malconci, pochi, anzi pochissimi, rimasero illesi, loro combatterono fino alla fine. Sarebbe stata una sorpresa per tutti, nessuno se lo sarebbe aspettato e così designò come vincitore colui che vestiva la rosa. Continuarono i combattimenti, a Foligno vinse ancora Bouhanni  sempre davanti a Nizzolo e a Montecopiolo Ulissi fece il bis, lo scrittore era strano, per un momento era quasi a corto di personaggi e così decise di cambiare un po’ le carte in tavola iniziando a consegnare nelle mani di Cadel Evans la rosa. Il giorno successivo fece giungere due corridori in solitaria, erano l’italiano Malacarne e l’olandese Weening, ma alla fine del combattimento fu quest’ultimo a trionfare. Lo scrittore aveva lavorato molto, era da tanto che non si riposava e così per una giornata non scrisse, poi dato che la sosta lo aveva un po’ scombussolato ripropose a Modena lo stesso vincitore di Foligno che nel medesimo modo si lasciava alla ruota il rivale italiano. Aveva nostalgia del mare così decise di continuare lì il suo racconto, per la precisione a Savona dove un australiano di nome Michael Rogers fece una sortita sorprendendo e battendo tutti. Le Langhe, la patria dei vini era vicina e così non perse l’occasione per mettervi in scena un duello epico contro il tempo andando da Barbaresco a Barolo. Ogni personaggio in solitaria affrontò questa sfida, ma l’unico a trionfare fu il colombiano Rigoberto Uran che strappò dalle spalle di Evans la magica rosa. Era proprio soddisfatto di come stava uscendo il suo racconto, aveva mille idee e così il giorno successivo sorprese tutti: propose un tracciato adatto a guerrieri veloci, ma fece vincere un ragazzo di nome Marco Canola che arrivò insieme solo ad altri tre corridori. Poi per la sua storia scelse di omaggiare Marco Pantani, un personaggio di cui aveva già a lungo raccontato le gesta e che era entrato nei cuori dei suoi lettori. Il combattimento finì prima al cospetto del santuario di Oropa dove Enrico Battaglin mise a segno un duro colpo nei confronti degli altri e poi a Plan di Montecampione. Qui fece trionfare un ragazzo dell’isola di Sardegna che portava il nome di Fabio Aru, era uno dei suoi personaggi più straordinari ed umili, vinse in un modo fantastico approfittando dell’indecisione di tutti gli altri. Per 6 giorni aveva scritto senza sosta, nemmeno un attimo di respiro, quasi non credeva a cosa aveva fatto ed era stupito, decise di riposarsi per un’intera giornata, sarebbe stata l’ultima volta prima di terminare il suo racconto, per il giorno successivo ne aveva in mente delle belle. Voleva rendere la sua storia ancora più emozionante e così scelse come scenario i luoghi compresi tra Ponte di legno e la Val Martello, territori alpini, accessibili a pochi e non contento aggiunse una tormenta di neve. Ancora una volta i personaggi sfuggirono al suo controllo: rischiavano di perdersi nella bufera, esigevano condizioni migliori e per compiere l’opera iniziarono a lamentarsi perché le sue indicazioni non erano proprio così chiare. Ci fu un dibattito tra protagonisti e scrittore e in questo caos alcuni uomini, approfittando della situazione, di nascosto senza essere visti si avvantaggiarono sugli altri, l’autore non sapeva proprio più cosa fare e allora fece vincere Nairo Quintana, uno di questi fuggitivi che andò a prendere anche la maglia rosa. Stava affrontando un momento strano, non gli era mai capitata una situazione del genere, ormai  era fuori controllo e così a Vittorio Veneto consegnò il trionfo a Stefano Pirazzi, uno dei suoi personaggi preferiti, colui che attaccava sempre tutti e tutto, quasi come un kamikaze, ma questa volta su un terreno in cui non aveva mai attaccato. Il racconto era più che mai nel vivo e lo appassionava sempre di più, decise di narrare della vittoria di Julian Arredondo al rifugio Panarotta e il giorno successivo di riproporre una battaglia contro il tempo. Fu un duello epico tra Aru e Quintana sulle pendici del monte Grappa al cospetto di luoghi simbolo della storia d’Italia, ma l’italiano venne sconfitto dal colombiano. Si era appassionato alla scrittura leggendo Dante e sognando i luoghi infernali e così pensò che uno di questi non sarebbe potuto mancare nella sua storia. Scelse il monte Zoncolan, la creatura demoniaca che attacca tutti i suoi avventurieri; qui come al solito si tenne una delle battaglie più belle che avesse mai potuto raccontare, vi inserì anche numerosi spettatori, quasi come se fosse un cinema, ancora una volta Michael Rogers battè tutti.

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Era proprio soddisfatto di ciò che stava venendo fuori, aveva altre mille idee, prese la penna e ricominciò a scrivere, deciso più che mai, ma all’improvviso si fermò. Si accorse che ormai il suo quaderno era finito, solo poche pagine erano ancora a sua disposizione, non sapeva proprio come fare. In un attimo ripensò a quando aveva iniziato la sua storia in principio ambientata in Irlanda dove persone meravigliose lo avevano accolto ed ospitato, il rientro in Italia, a casa, nella sua terra, i personaggi che combattono, se ne vanno, i luoghi sconosciuti ed impossibili, la neve, il suo viaggio stupendo lungo il suo paese alla scoperta di nuovi territori e usanze stretto nell’abbraccio dei sui lettori che non hanno mai smesso di sostenerlo. Era per lui la cosa più bella tra tutte le altre insieme a quella lotta epica senza tempo per aggiudicarsi il magico indumento tinto di rosa che ha illuminato sia i suoi occhi che quelli di tutti i suoi personaggi e che alla fine è stata conquistata da Nairo Quintana, il più forte, colui che ha combattuto più valorosamente. I suoi occhi erano gonfi di lacrime sia di gioia che di tristezza, cercò di fermare il tempo ma è impossibile, i fogli erano ormai bagnati, si faceva fatica a scriverci sopra. All’improvviso  un’idea, avrebbe ambientato il suo finale in una città sul mare, scelse Trieste, una delle sue preferite, fece vincere Mezgec davanti all’ormai eterno piazzato Nizzolo. Vi fece riunire tutti coloro che avevano preso parte al suo racconto: la gente che aveva fatto da sfondo alla sua storia, giornalisti e fotografi che come perfetti cantori avrebbero contribuito a farla conoscere a tutti e poi gli atleti. I veri protagonisti di questa specie di battaglia infinita, i ciclisti, coloro che in sella alla loro bicicletta hanno attraversato prima l’Irlanda e poi l’Italia fino al capoluogo friulano dove hanno terminato la corsa per la rosa, dei veri e propri eroi le cui gesta rimarranno sempre nella storia. Manca poco ultime parole, la storia è conclusa, la pagina è terminata, la penna è quasi scarica così come la mano che è provata dalla lunga scrittura di una storia iniziata un pomeriggio di maggio e finita all’inizio di giugno, una di quelle appassionanti che non vorresti mai finire, una di quelle che sono scritte talmente bene che sembra di farne parte. Forse è stato proprio stato questo l’intento dell’autore  quando l’ha scritta: farcela vivere come se ognuno di noi ne fosse il protagonista, come se non potesse stare in piedi senza il nostro contributo. E alla fine viene messo quel fatidico e immodificabile punto a questa storia scritta da uno scrittore misterioso a noi sconosciuto, manca il titolo e non ha problemi ha dargliene uno, sceglie il proprio il suo nome, lo chiama Giro d’Italia.

Giorgia Monguzzi

 

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