CARI MIEI BENVENUTI ALL’INFERNO O SE PREFERITE CHIAMATELO ZONCOLAN

Caldo, fumo, paura e buio, così ci viene descritto l’inferno dai grandi autori e artisti del passato come Dante, Virgilio, Botticelli e molti altri; un luogo ostile, ai confini del mondo, demoniaco. Ce ne sono molte di descrizioni di questo luogo, ma mai sapremo con certezza quale sia la veritiera dato che nessuno c’è mai stato o quantomeno nessuno è mai tornato a raccontarcelo, cosa però comune nelle credenze popolari è che esso sia sotto terra, nascosto e popolato da creature infernali. Sarà una follia o scellerata pazzia, ma un pezzo di esso, nonostante sia impossibile immaginarlo, si è per così dire staccato dal suo nucleo originario ed è piombato in una posizione casuale, ma al contempo ben precisa, ed ha formato un luogo valicabile da pochi, solo dagli eletti, a quelli speciali che riescono a raggiungere i suoi 1750 m. Un monte infernale, considerabile come l’inferno stesso che si affaccia sulle Dolomiti e quasi tutta la Carnia, una montagna quasi inaccessibile che noi siamo soliti chiamare Zoncolan. Il solo e semplice nome per alcuni non dirà niente, ma per chi ama e segue il ciclismo è un richiamo quasi di pericolo, ma soprattutto emozione, per gli atleti che lo dovranno affrontare è sempre una minaccia, una creatura infernale che incombe sul proprio cammino, impossibile da evitare. Questa creatura venne scoperta nel fatidico anno 1998 durante i ritiri dell’Udinese calcio e Francesco Guidolin, appassionato di bicicletta, non esitò ad inoltrare la proposta di inserirlo nel Giro d’Italia e dopo anni di trattative nel 2003 entrò per la prima volta nella corsa rosa. Venne affrontato il versante est da Sutrio, lungo 13,5 km con tratti aventi punte del 13%, quell’anno vinse Gilberto Simoni, ma quello era solo un assaggio dell’incredibile natura dello Zoncolan. La sua potenza venne completamente risvegliata nel 2007 quando ritornò potentemente nel Giro, ma questa volta non dal versante già collaudato, ma da quello di Ovaro, era il 30 maggio quando si presentò con tutta la sua cattiveria davanti agli atleti, ancora una volta venne dominato da Gilberto Simoni.

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I suoi poco più che 10 km di lunghezza non sembrano niente in confronto alle altre salite italiane o francesi, ma è proprio questa sua caratteristica che inganna e fa pensare che sia una montagna come tutte le altre, in qualche modo superabile, anche se con un po’ più di fatica. Con la sua media pari all’11,5% e con le sue punte oltre il 20% è in assoluto la salita più dura d’Europa che si lascia alle spalle addirittura i micidiali Mortirolo e Angliru. È pazzesca come salita, non lascia un attimo di respiro e subito al suo apparire scatena sui suoi avventurieri pendenze del 13%, sembra quasi spianare per poi impennarsi nuovamente. Tutti lo temono e già prima di scalarlo sentono la sua minaccia sulle gambe che quasi per la paura si irrigidiscono, il viaggio verso il suo inizio sembra quasi un limbo dove ci si trova a metà tra la vita e la morte, tra la paura e la forza d’animo, tra la tenacia e la disperazione, molti contano i chilometri che mancano prima di vederselo in faccia, ad alcuni questo non interessa per niente, altri ancora preferirebbero evitarlo. Si possono fare tutti i calcoli possibili ed immaginabili, ma poi esso si presenta così un po’ all’improvviso con la strada che si restringe, con le prime auto impossibilitate a salire che si fermano , con i cartelli dell’organizzazione che indicano che è quella la strada per proseguire, nessuna scorciatoia, nessuna via d’uscita. Poi sopra le teste degli atleti il caratteristico striscione con l’indicazione dell’inizio della salita, sembrerebbe una semplice scritta, ma per chi se la trova davanti ha un significato diverso, è l’inizio della sfida, delle sofferenze e dai suoi caratteri cubitali sembra voler dire “la strada per l’inferno: lasciate ogni speranza voi che entrate”. Non passa nemmeno un secondo dal superamento di questo limite che separa il mondo reale dalla sua peculiare irrealtà, prima che esso inizi ad attaccare coloro che tentano di scalarlo. Quasi come una sortita notturna in difesa del proprio territorio lancia dardi infuocati verso i suoi sfidanti, si addenta sulle loro biciclette, cerca di frenarli, non li vuole far proseguire, già i primi si staccano feriti da questo primo attacco, per un attimo le acque sembrano calmarsi, ma questo è solo l’inizio. Poco alla volta si scatena su coloro che fino a quel momento sono resistiti, li prende uno alla volta, li mette alla prova, mentre gli atleti stringendo i denti provano a non farsi dominare dalla sua potenza, impossibile scattare sulle sue micidiali pendenze, il segreto è uno solo: andare su con il proprio passo e resistere. Con il passare di quegli interminabili metri salendo sempre di più si finisce con il finire negli strati più bassi dell’inferno dove si scatenano le pene peggiori, siamo a pendenze ben superiori al 20%, la bici si impenna, si fa fatica quasi a stare in piedi sui pedali, una pedalata dopo l’altra e poi all’improvviso il nulla, davanti nella maggior parte dei casi rimane solo un corridore. L’eletto dalla montagna, il predestinato, dentro di lui c’è il silenzio, pensa solo a pedalare, quasi non ci si accorge dei numerosi tifosi che lo incitano e gli corrono intorno. Poi le gallerie, con la strada che diventa per un momento meno arcigna, poi riprende a salire, poche centinaia di metri le ultime pedalate, la sofferenza e poi finalmente il trionfo. Un sorriso stampato sul volto e la fatica che assale quasi non permettendo di alzare le mani in segno di vittoria, poi in un attimo il silenzio si trasforma in un boato. Un boato che viene dalle pendici erbose del monte Zoncolan che sono assediate dai tifosi, i cosiddetti “indiani” che conquistano già dal giorno prima quella montagna, diventa il loro territorio, vogliono essere presenti all’arrivo della tappa, vogliono essere i testimoni di quel sacro rito del ciclismo, vogliono applaudire il vincitore che viene accolto dal loro calore. Nella storia solo in 3 hanno provato questa emozione: Simoni nel 2003 e nel 2007, Basso nel 2010 e Anton nel 2011. Solo in queste occasioni il Giro è approdato lì, a passo leggero quasi impotente davanti alla montagna infernale, molte volte si è cercato di evitarla data la sua crudeltà, troppe volte direi e alcuni per paura sono finiti con il dimenticarla, scordare il suo imparagonabile e tremendo fascino.

Poi finalmente la decisione di introdurlo nel Giro di quest’anno con una tappa di 167km con partenza da Maniago, l’ultima fatica, l’ultima montagna, la prova finale prima di arrivare il giorno successivo a Trieste per il gran finale. Molti a sentire questa notizia sono rabbrividiti, altri hanno pensato di sferrare lì un loro attacco, di provare a vincere la tappa, addirittura il Giro, su di esso potrà succedere il finimondo e quest’anno più che mai verrà rispettata la regola “chi ha la rosa sullo Zoncolan, la porterà fino alla fine”. 19 tappe l’hanno preceduto, chi ha fatto il conto alla rovescia per quel giorno, chi ha sperato che non arrivasse mai, prima si è avuto solo un assaggio della sofferenza e della fatica, ora si avrà la vera e micidiale essenza di esse. Ci siamo, è il grande giorno, non si può sfuggire, soltanto tentare di sfidare l’inferno per la prima, seconda, terza o forse unica volta nella propria vita. Chi raggiungerà la vetta sarà un eroe, chi lo farà per primo il vero campione. Ci sarà un vincitore, molti feriti e molti sconfitti. Ci si troverà ancora una volta al cospetto della montagna infernale che con occhi colmi di passione sarà per tutto il tempo silenziosa, forse fin troppo. Comunicherà con i suoi avventurieri solo prima di sfidarli, prima della sofferenza, con un linguaggio solo da loro comprensibile e ad uno per uno dirà quella sua caratteristica frase: “caro mio, benvenuto all’’inferno”.

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Giorgia Monguzzi

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