UNA GIORNATA AL COSPETTO DELLE LANGHE E DEL FASCINO SILENZIOSO DI UNA CRONOMETRO

Undicesima  tappa del Giro d’Italia, cronometro di 41,9 km, un prova che sicuramente darà scossoni alla classifica generale. Alla partenza da Barbaresco splende il sole, i bus sono parcheggiati uno dietro l’altro solitari più che mai, c’è poca gente in giro mentre passano avanti e indietro le vetture con gli atleti andati a provare il percorso, solo nel villaggio c’è un po’ di movimento. Poi all’improvviso, come per magia tutto si anima: lo speaker inizia a parlare al microfono, aumenta il pubblico, davanti ai pullman i meccanici iniziano a disporre una dopo l’altra le biciclette, montano i rulli, caricano l’ammiraglia, i primi che partiranno iniziano a guardarsi in giro e a scaldarsi. La corsa sta per partire, dovrei andare al traguardo a Barolo, ma per uno stupido errore di mio padre ci troviamo ancorati lì, alla partenza, senza possibilità di raggiungere l’arrivo. Un attimo di agitazione, il panico mi assale, non erano proprio quelli i miei piani, inizio a chiedermi “adesso cosa faccio?”, poi comincio a guardarmi intorno, entro come per magia in un mondo parallelo fatato, sono nella corsa. Gli atleti nei piani bassi della classifica iniziano a scaldarsi, sul loro volto bagnato del sudore si legge in alcuni casi quasi spensieratezza, per loro è importante portare la bici al traguardo per aiutare i propri capitani e tentare un’altra tappa, in altri tensione, la preoccupazione di completare la prova entro il tempo massimo. La corsa finalmente parte al cospetto di un cielo che varia in rapida sequenza dallo scoperto al coperto, supero i pullman e mi piazzo su un tratto di tracciato abbastanza in salita per poter osservare la competizione. Il panorama è a dir poco stupendo, passano i corridori a distanza l’uno dall’altro di un minuto, non c’è quasi nessuno, un silenzio inimmaginabile rotto solo dal rumore dei cambi e delle ruote che girano sulla strada, i motori delle auto quasi non si sentono. Gli atleti sembrano quasi come per iniziare un viaggio al cospetto delle vallate di vigneti che si aprono impetuose sotto di loro, ne passano tanti, ognuno diverso dall’altro. C’è Tuft, l’ex maglia rosa, in quel caso il primo fra tutti a partire, pedala quasi non preoccupandosi di ciò che accade, Fedi ha dietro di sé uno scatenato Scinto che gli urla al megafono, Alafaci si scaglia sulla strada con un passo tranquillo ma incisivo, Bandiera viene accolto dall’urlo del pubblico poco distante. Qualche goccia ma il tempo sembra tenere, intanto ai bus c’è come un clima di festa, molti atleti vanno in giro e si fermano a parlare qua è la con i tanti tifosi presenti, intanto altri si scaldano, l’adrenalina per tutti è alle stelle. Canola e Pirazzi pedalano chiaccherando, Malori, malconcio come è, sembra affranto per non disputare una crono nella sua forma migliore, Ponzi ci fa un check up completo delle sue cadute, Mori scherza come al solito. Quasi come una melodia, altri passano su quel tratto di strada solitario da me ancora una volta conquistato, mi passano davanti, li osservo, li fotografo, mentre lì seduta sono anche io al cospetto della maestosità delle Langhe. All’improvviso il cielo si fa scuro, piove ma non sembra niente di che, si cammina per i pullman, si respira un’aria ancora una volta magica, i corridori sempre intenti a scaldarsi ti chiamano, vogliono scambiare due chicchere come Bongiorno che chiede informazioni metereologiche sul percorso mentre si concentra, pedala e scherza sulla sua possibile prestazione. Ancora una volta cadono gocce di pioggia, inizialmente leggere per poi diventare un temporale più spietato che mai, quasi come se volesse attirare tutta l’attenzione su di sé per dimostrare la sua potenza, mentre gli sfortunati corridori sul percorso sono pronti a dargli battaglia. Il tempo passa, il temporale sembra calmarsi, ma intanto scompaiono poco per volta le bici e i rulli davanti ai pullman, ormai  molte squadre hanno tutti i propri atleti già partiti, mancano solo gli uomini ai vertici della classifica che si ritrovano come abbandonati da tutti, quasi se il fatto di dover affrontare da soli il destino si debba fare ancora più evidente, molti li guardano con aria strana, forse si chiedono perché siano ancora lì. Indossano il casco, montano i bici, salutano amici e parenti , partono per presentarsi davanti alla maestosità del tempo, pronti a sfidarlo con tutte le loro forze per più di 40 km. Pellizzotti viene scordato da un tifo assordante e  tranquillizzato dalla moglie, Rabottini è spronato dal suo meccanico, poi passano tutti gli altri. Hesjedal con la faccia concentrata non lascia trasparire emozioni, Basso e Rolland sembrano già affaticati sin dalla partenza, Kiserlovski addenta la strada, Quintana è silenzioso, Aru viene accolto dalle urla dei tifosi, mentre Morabito nella sua tranquillità sembra voler fare una passeggiata in immerso nella natura. Arriva Majka con il candore della sua maglia bianca, Uran del quale si nota evidentemente la sua velocità superiore a tutti gli altri ed infine Cadel Evans , la maglia rosa. Il colore dell’indumento che indossa sembra squarciare il cielo, imporsi su esso, attirare come per magia lo sguardo dei presenti che non possono fare altro che guardarlo estasiati. E in questo momento, arrivato il fine corsa, si spezza all’improvviso quell’affascinante alone incantato che si era costruito magicamente intorno a Barbaresco: si smonta tutto, la gente scompare, i bus se ne vanno. Si ha quasi l’impressione di aver superato un limite dal quale non si può tornare indietro, la fine di un carico di emozioni indescrivibili, un’esperienza unica, ormai il luogo è deserto, rimane solo l’asfalto sfregiato dalle pozzanghere, intanto la corsa non esita a proseguire. Alla fine la crono verrà vinta da Uran che andrà a prendersi pure la rosa staccando Evans di 37” in generale, secondo della tappa un perfetto Diego Ulissi. Personalmente, se mi venisse chiesto, non saprei descrivere per filo e per segno ogni corridore come si avrebbe potuto osservare dalla tv. Non so dove un corridore ha perso su di un altro, dove ha guadagnato, come era la discesa e come lo sfortunato Ludvigsson è caduto, non so nulla di tutto questo. In compenso ho provato un’emozione unica passeggiando affiancata qua e di là da corridori che si riscaldavano, vederli passare nel remoto silenzio, ho vissuto oltre al limite del pensabile la corsa proprio nel suo interno. Sono come stata, senza rendermene conto, una parte di essa e con tutta la delicatezza ma allo stesso modo impetuosità  possibile le come dato la mano e ho ammirato l’unico ed inimitabile fascino silenzioso di una cronometro.

Immagine

Giorgia Monguzzi

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...