UNA BATTAGLIA INFERNALE, MOLTI FERITI E UNA SOPRESA ROSA DURANTE IL VIAGGIO VERSO MONTECASSINO

“ora et labora” Così recitava la regola composta intorno al 540 da Benedetto da Norcia. Prega e lavora, queste le parole simbolo per la vita dei monaci benedettini, tra i più famosi e antichi monaci della storia, validi conoscitori amanuensi dedicati ad un’esistenza fatta di lavoro e sacrifici. Piena di lavoro e sacrifici lo è anche la vita del ciclista fatta di allenamenti e rinunce, questi due ambiti, quello sportivo e quello religioso, parrebbero agli antipodi del pensiero, ma tante volte magicamente si incontrano. La sesta tappa del Giro ha posto il suo traguardo, dopo 247 km, nel Lazio a Montecassino, il centro del pensiero benedettino, l’abbazia spesso al centro di miti e leggende, più volte distrutta, ma sempre ricostruita ed è così che come di incanto benedettini e ciclismo si sono ritrovati l’uno di fronte all’altro. La sesta frazione di questa corse a tappe, già lunga come era, ha subito un ulteriore allungamento di 10 km a causa di una frana e così ai corridori è stata proposta più che una semplice tappa quasi una classica. Partenza con il sole, finalmente dopo giorni di inferno, ma nonostante l’apparente bellezza il tempo sarebbe stato pronto ancora una volta a colpire. Dopo 9 km di corsa va finalmente in porto il tentativo di 4 avventurieri (Fedi, Torres Agudeco, Bandiera e Zardini) che arrivando ad avere anche un vantaggio superiore ai 13 minuti viaggiando sotto il rigido controllo del gruppo guidato dalle diverse squadre degli uomini di classifica. Il ritardo si mantiene per diversi chilometri stabile fino a che a causa dell’intenso lavoro in testa al plotone cala vertiginosamente, a  –12,3 km vengono ripresi, l’Omega si impone davanti, la strada è bagnata, tutti sono lì per iniziare la salita  nelle prime posizioni, cosa consueta in questo genere di tappe, ma quando meno lo si aspetta avviene l’impensabile. Nelle retrovie del gruppo c’è una caduta che coinvolge una decina di corridori, poi più avanti avviene il delirio. Quasi una frustata, come se la lancia del destino avesse voluto proprio in quel momento colpire, quasi una scellerata iniziazione per entrare nel mondo misterioso dei benedettini, non si sa chi abbia deciso proprio che accadesse questo, ma improvvisamente il gruppo si frantuma. Come per un’orrenda magia sempre più corridori uno dopo l’altro cadono a terra, come birilli, attratti verso l’asfalto da una strana e incontrollabile forza di gravità, c’è chi si rialza subito e riparte, altri aspettano l’arrivo dell’ammiraglia, mentre i più sfortunati rimangono a terra con la pelle sfracellata, altri non si muovono. Tra questi il più colpito dalla forza crudele della sfortuna è Giampaolo Caruso che per lungo tempo rimane disteso sulla strada, immobile, per lui oltre alla rottura dello scafoide nelle tappe precedenti c’è qualcosa di più grave, l’amico Paolo Tiralongo dopo essersi rialzato si avvicina a lui, cerca di confortarlo, poi l’uomo Katusha viene portato via dall’ambulanza.  Pochi sono rimasti in piedi, una decina circa, tra questi ci sono la maglia rosa e Cadel Evans con alcuni compagni di squadra, sono lì davanti quasi come per  magia, quasi protetti da una forza incontrollabile che ha designato proprio loro, gli altri non ci sono, procedono con la corsa. Dietro di loro più che scenario da Giro d’Italia sembra più un campo da battaglia in cui si è appena combattuta la guerra, i corpi dei feriti riempiono il terreno, alcuni distesi con le loro armi attendono gli aiuti, gli altri cercano di lanciarsi all’inseguimento dei propri avversari. Mancano 8 km, la salita che porta al traguardo inizia, davanti Orica e Bmc fanno il ritmo, mentre dietro cercano di colmare il ritardo di 40”, numerose squadre si muovono, tra le prime la Movistar che aumenta notevolmente l’andatura, sembrano farcela. Davanti sono rimasti in 6 (Morabito, Evans, Matthews, Santaromita, Rabottini e Wellens), potrebbero essere raggiunti, ma uno spettacolare Steve Morabito si mette a tirare al servizio del suo capitano e in un attimo il vantaggio inizia a risalire a più non posso, mentre dietro tra gli inseguitori Quintana, nonostante la forte squadra , non ha più uomini a disposizione, numerosi gli scatti, intanto sempre più soldati feriti si staccano. In testa alla corsa si entra nell’ultimo chilometro: Evans sperando di riuscire a staccare tutti scatta, ma dietro di lui Matthews è agganciato con i denti alla sua ruota. Sembra quasi impossibile, è un velocista, avrebbe dovuto staccarsi, ma è ancora lì; possiede una non so quale forza misteriosa che gli dà le energie per resistere. Forse tutto questo è proprio dovuto alla maglia che indossa, la maglia rosa, l’indumento magico, incantato che è in grado di stregare chiunque la indossi e di sottometterlo al suo potere, il suo fascino riempie di energia il suo possessore e lo rende capace di cose impossibili, impensabili. Ed è così che il leder della generale dopo 8 km di salita, sembra quasi non sentire lo sforzo, ultima curva, scatta , sorprende tutti, si gira quasi incredulo, ha vinto, dietro di lui Wellens ed Evans. L’ex campione del mondo passa sul traguardo con uno sguardo tra il deluso e il soddisfatto, avrebbe voluto vincere la tappa, ma il vantaggio in classifica è mica male.

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Passa il tempo e poco alla volta arrivano atleti al traguardo, arrivano quelli rimasti indenni alla caduta e poi gli altri, il gruppo. Giungono come soldati feriti, ma non sconfitti, con vestiti strappati, sanguinanti, pieni di tagli ed abrasioni, la maggior parte degli uomini di classifica vi perviene dopo 49”, poi dopo minuti, i più sfortunati come Rodriguez dopo un tempo infinito. La salita per loro sembra interminabile e caduti a terra faticano a risalire per il monte , poco alla volta sembrano veder sfumarsi il loro sogno rosa. Sembra una lunga fila, alcune volte che si interrompe, di corridori che pervengono sfiniti, quasi come pellegrini in viaggio da una terra lontana venuti apposta per cercare conforto a Montecassino tra i benedettini. Hanno un affrontato un cammino lungo fatto di salite e discese, cadute e risalite, un po’ come la sfortunata sorte dell’abbazia e poi sono giunti a passo leggero al cospetto di San Benedetto. Hanno seguito la sua regola, gli hanno fatto onore dopo un lungo viaggio in cui la cattiva sorte ha colpito fortemente il gruppo, l’ha decimato e poi ha premiato la caparbietà di un valido guerriero e sognatore vestito di rosa, mentre gli altri feriti più che mai dalla battaglia proseguivano con tenacia e con valore la loro impresa per giungere alla leggendaria e misteriosa abbazia di Montecassino.

Giorgia Monguzzi

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