ALEJANDRO VALVERDE, UN PRESTIGIATORE SULL’INFERNALE MURO DI HUY

Huy, tre lettere, quasi un suono per una cittadina in terra di vallonia, un nome proprio, forse troppo semplice, ma allo stesso tempo letale più che mai per tutto ciò che rappresenta. Un icona, il simbolo indiscusso della freccia vallone, il muro per antonomasia che come ogni anno costituisce il punto focale di questa grande classica, è qui che per le edizioni più recenti si è decretato il vincitore. Poco più di un chilometro per percorrerlo, per l’esattezza 1,3 km, ma il vero muro è lungo 800 m, una distanza a prima vista piccola, quasi indifferente se si considerano i 200 km già percorsi; ma con le sue punte che superano il 20% non è di certo una passeggiata. Un muro tremendo,  infernale non adatto agli scalatori puri, ma a provetti scattisti in grado almeno di provare a contrastare la sua potenza, qui ogni mossa è decisiva, non ci sono né regole né strategie: il più forte vince, tutti gli altri vengono rimbalzati indietro. Per l’edizione di quest’anno 3 i passaggi a Huy, ma gli organizzatori per questa volta hanno pensato bene di mettere più vicini gli ultimi due separati solo da una cote.  Al primo passaggio sono transitati in testa i fuggitivi di giornata Clarke, Van Hecke e Navardauskas, mentre a solo a questi ultimi due è toccato l’onore di passarvi davanti anche per la seconda volta. La corsa inizia ad infiammarsi ai meno 8,5 km con lo scatto do Roy, da questo momento si scatena la bagarre in testa al gruppo dove tutte le squadre cercano di portare davanti il proprio capitano ed è così che a causa di continue accelerazioni e cambi di ritmo il plotone perde sempre più unità. Tutti i migliori sono lì davanti, ma a causa di un’improvvisa caduta quando mancano solo 3 km  molti atleti tra i quali Frank Schleck, Rodriguez e Cunego sono costretti ad abbandonare il loro sogno di vittoria. Sempre più numerosi i tentativi messi a segno nel chilometro successivo, ma tutti prima o poi vengono annullati a causa delle trenate da parte degli uomini Katusha, ma soprattutto del campione spagnolo Herrada (movistar). Tutti provano , ma nessuno riesce a schivare quella ormai fatidica regola di decidere tutto negli ultimi metri, l’unico a guadagnare un po’ è un uomo AG2R. Il muro si presenta un po’ all’improvviso, come al solito d’altronde, tutto per dimostrare agli atleti la sua potenza quasi indomabile, ognuno sa che prima poi dovrà affrontarlo, forse non sa proprio come, qualcuno non vede l’ora, altri hanno paura. Inizia la rampa, la Katusha ancora una volta cerca di monopolizzare la corsa con un attivissimo Gianpaolo Caruso, dietro di lui Alejandro Valverde che appostato come un leone che osserva le gazzelle scruta gli avversari pronto per ogni possibile mossa, il fuggitivo viene ripreso, mancano 500 m, la fatica è appena iniziata. Tutti cercano di recuperare posizioni, Arredondo con uno scatto abbastanza deciso cerca di sorprendere gli avversari, ma niente; al procedere dei metri il gruppo diventa sempre più scarno quasi come se una parte di esso venga risucchiata via da un vortice misterioso, Philippe Gilbert, il favorito di giornata, cerca con tutta la sua tenacia e la grinta che ha in corpo di recuperare, ma per lui è impossibile, purtroppo ha attaccato il muro troppo indietro. La fatica si fa largo sui volti dei corridori, tutti combattono a più non posso contro quel terribile muro. Kwiatkosky, dopo essere stato a lungo nascosto, decide di muoversi, scatta portandosi dietro Vanendert che non riesce a tenere la sua ruota, Daniel Martin è l’unico a reagire all’incontrollabile furia del polacco. Più indietro Valverde che sembra quasi in difficoltà, il muro lo sta quasi per sopraffare, cerca di reagire, non ce la fa, ma il murciano non ci sta e dopo aver voltato il capo di qua e di là quasi per verificare chi c’è o non c’è parte a più non posso. Passa a doppia velocità di fianco all’irlandese e al polacco che non possono fare altro che osservarlo a bocca aperta, sembrano fermi, quasi come alpinisti intenti a scalare una vetta che non riescono a trovare l’appiglio giusto. Dietro di lui il vuoto, un immenso vuoto creatosi da un momento all’altro davanti agli occhi increduli di tutti gli altri, si gira controlla, ma nessuno sulla sua ruota, alza gli occhi al cielo, ha vinto. Ha letteralmente dominato il muro di Huy, ha sconfitto la bestia infernale delle Ardenne proprio nel momento in cui lei credeva di averlo piegato. Non è un fatto strano questo per Valverde , anche al tour quando sembra ormai sul punto di gettare la spugna ritrova tutta la sua energia e , come sa fare un provetto illusionista che fa comparire o sparire un oggetto quando il pubblico meno se lo aspetta, osserva chi lo circonda e parte. Scatta in un modo impressionante anche quasi come un supereroe che compare all’improvviso quando c’è bisogno di lui. Un super uomo, un super atleta, sono queste le caratteristiche necessarie per dominare gli 800 m infernali del muro. Il muro di Huy  ogni anno cerca di farla da padrone , su alcuni ci riesce, ma non su tutti, quest’anno ancora una volta ha trovato sulla sua strada un corridore della terra di Spagna. Pensava di ingannarlo, ma invece è stato il murciano ad ingannare lui, con il suo attacco previsto ma inaspettato  capace di creare un vuoto, per tutti immenso, forse a forma di cilindro dal quale è riuscito a tirare fuori davanti agli altri il suo coniglio.

Immagine

Giorgia Monguzzi

 

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