LA REGINA,L’INFERNO: IL FASCINO INCONFONDIBILE DELLA PARIGI-ROUBAIX

La chiamano regina, la chiamano leggenda, la chiamano la classica delle pietre. La chiamano con molti nomi quasi come se fosse un essere polivoco, dalle mille facce e dai mille volti, essa un nome lo ha e anche ben preciso, si chiama Parigi-Roubaix. Forse per molti potrebbe sembrare semplicemente l’indicazione stradale per collegare la capitale ad una città nel nord-est della Francia, per chi ama il ciclismo, invece, queste due località separate solo da un trattino indicano la corsa per antonomasia, la regina, l’inferno. Questa competizione nacque proprio da un’idea folle, infernale avuta da Theodore Vienne e Maurice Perez che, dopo aver fatto costruire un velodromo nel parco Barbieux l’anno precedente, proposero nel lontano 1896 al caporedattore de“Le Velo” di istituire questa corsa. Un progetto fin da subito diabolico, dato che avrebbe rappresentato un pericolo per i partecipanti, ma al richiamo affascinante di queste terre non si riuscì a dire di no e fu così che, presumibilmente il giorno di Pasqua, nacque la prima edizione. Si partì all’alba, dopo più di 9 ore di gara pochi arrivarono al traguardo, un numero piccolissimo rispetto agli iscritti, ma nonostante ciò fu da quel momento che questa corsa quasi maledetta entrò nel cuore di tutti. Difficile dire con precisione che cosa riguardo ad essa colpì la gente del posto, i tifosi e gli stessi atleti, forse la sua stravaganza, la sua eleganza, il suo fascino. È proprio questo che ogni anno attira molti corridori che si danno battaglia con tutte le loro forze per giungere al traguardo da sempre posizionato nel leggendario velodromo.

Sono tanti i luoghi della Roubaix che nella dicitura della gara vengono nominati settori, 28 per l’esattezza, un numero in apparenza piccolo, ma per chi conosce questi posti è invece una cifra enorme, fin troppo, ognuno di essi indica un tratto di inferno da percorrere. Ciascuno è diverso dall’altro, ognuno ha caratteristiche proprie ma tutti hanno una peculiarità comune: il pavè. Difficile descrivere con minuziosa precisione cosa sia, ma si può provare. In apparenza sembrerebbe una semplice distesa di pietre non perfettamente allineate che tentano in ogni modo di creare una traiettoria retta senza riuscirci, chissà chi le ha posizionate in quei luoghi, forse sono cadute accidentalmente dal sacco di un minatore e si sono messe lì, per caso. Mattoncini uno dopo l’altro separati da spazi di terra, forse alcuni potrebbero dire che essi sono uguali tra loro, non c’è differenza tra l’uno e l’altro, ma ve lo assicuro, la differenza c’è, eccome. Ogni pietra è diversa dall’altra, ha la sua posizione e inclinazione, ha il suo spessore, ma soprattutto ha la sua storia. Ognuna ha infatti sempre qualcosa da raccontare: la storia di una semplice gregario che proprio in quel punto è andato in fuga o ha aiutato il suo capitano, la storia di un corridore emozionato che correva per la prima volta questa corsa, la storia di un campione che proprio lì ha sferrato il suo attacco finale che lo ha portato alla vittoria. Forse sembrerà strano, ma talvolta questi mattoncini parlano con gli atleti: forse li incoraggiano, tifano per loro, o forse li sfidano e fanno di tutto per frenare il loro cammino. C’è chi ama questi luoghi, con queste pietre ha un legame speciale, riesce a comunicare con loro, sa che cosa esse faranno e sa cosa esse si aspettano da lui, non le delude, semplicemente le domina. Dall’altra parte c’è invece chi con esse va non proprio d’accordo, lo hanno tradito proprio quando poteva essere sul punto di vincere, con una caduta o una foratura, per loro rappresentano solo il nemico. Non c’è proprio una via di mezzo: le pietre o si amano o si odiano; ma per amarle non è semplice, occorre essere forti e tenaci, bisogna essere dei veri gladiatori.

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La chiamano anche inferno del nord, un nome proprio azzeccato per una corsa che si tiene all’estremo nord est della Francia in luoghi un po’ dimenticati, conosciuti solo da pochi, ma che per una settimana all’anno si risvegliano. Intorno ad essi non c’è nulla, forse qualche casa, villaggio sparso qua e là ma per il resto sconfinate distese erbose che richiamano un po’ l’infinito, lo stesso che circonda questa corsa. In mezzo ad esso, in posti insoliti, impensabili si trovano una dopo l’altra serie di pietre, forse messe in quella posizione un po’ per caso, per volere del fato o per pura coincidenza. Questi luoghi sono come scrigni nascosti su delle specie di isole del tesoro che racchiudono pezzi di storia, di vita, di sogni. Sono proprio tanti quelli che si attraversano durante questa corsa, ma il più affascinante è senza ombra di dubbio il settore numero 18 o più semplicemente la leggendaria foresta di Arenberg. La famosa foresta, ormai entrata nella storia, silenziosa come non mai. Forse potrebbe ricordare una delle tante foreste in cui i druidi si riunivano di nascosto per compiere i loro riti segreti, diventavano un tutt’uno con il luogo e un po’ lo stregavano. Penso infatti che questa parte della corsa non sia un semplice settore fermo, immobile, come qualsiasi altro, ma che in realtà prenda un po’ vita, quasi come un essere umano. Per tutti gli altri periodi dell’anno è deserta, non c’è nessuno, solo il cinguettare degli uccellini può intervallare il rumore dei passi, ma nella settimana della Roubaix essa si anima, prende vita ed è pronta ad accogliere i numerosi avventurieri nei suoi 2400 metri di inferno. Tratto interminabile in cui il pavè è inevitabile (le transenne lungo il percorso non permettono di cercare un tratto di asfalto) ,ognuna delle sue singole pietre sfida ogni corridore, cerca di frenarlo, di farlo rimanere indietro. È strano il modo con cui si presenta agli atleti, compare lì un po’ all’improvviso e li inghiottisce all’interno di essa in un attimo, sembra non finire mai, interminabile. Nella foresta sembra quasi di assistere ad una di quelle marce forzate che si tenevano nell’antichità per raggiungere il luogo dello scontro o ad gruppo di minatori che tornano dal lavoro. Sì, proprio i minatori, erano loro che molti anni fa dominavano queste terre, le sfidavano cosi come fanno oggi i corridori. Con la stessa stranezza che si è entrati si esce da questo mondo mistico, fantastico, posto a circa 95 km dal traguardo, forse un po’ lontano, ma sufficiente a fare selezione.

Un settore che selezione la fa di sicuro è il Carrefour de l’Arbre che posto a circa 15 km dal traguardo ha la stessa difficoltà della foresta di Arenberg, anche esso ha le sue pietre, ancora più distanti una dall’altra, sono proprio queste che solitamente designano il vincitore. Si, colui che vincerà viene per così dire scelto dalle pietre, dalla corsa che si fa come domare. È come una regina con il mantello fatto di pavè, molti la corteggiano, ma lei alla fine ne designa solo uno dopo prove di ogni genere. È proprio questa la maestosità della corsa, definita appunto la regina delle classiche, sempre diversa da un anno all’altro, nonostante i quasi invariati 257 km, per la sua imprevedibilità. Molti sono riusciti a domarla, hanno sfidato un vero e proprio inferno, in molti casi sono giunti al traguardo ricoperti di fango quasi irriconoscibili. C’è chi è riuscito non solo una ma molte più volte, quest’anno saranno in molti alla partenza, ma non si può nascondere che il banco dei favoriti è retto da Cancellara che partirà con il numero 1 e ne ha già vinte 3, più indietro Boonen che ne ha vinte 4, poi tutti gli altri. In tanti così proveranno ad entrare nell’inferno, a sfidarlo ed ad uscire vittoriosi, una sfida per alcuni quasi impossibile che ormai da più di cent’anni appassiona sempre più persone. Colpisce con il suo fascino, con la sua irregolarità, fa innamorare. Io la definirei non la corsa più bella, ma la più affascinante che esista con le sue distese di pavè quasi abbandonate in un mondo mistico, è l’unica regina, una delle corse che si dovrebbe vedere dall’inizio alla fine, non stanca mai, ogni suo tratto è importante. La chiamano inferno del nord per la sua crudeltà anche se alla fine dei conti un po’ buona lo è perché premia il più forte. La chiamano anche con altri inquantificabili nomi, ma rimane pur sempre la leggendaria corsa che originariamente partiva da Parigi per arrivare a Roubaix.

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Giorgia Monguzzi

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