FABIAN E IL FIANDRE: un legame speciale tra il sogno belga e il suo dominatore

“mamma, un giorno correrò quella corsa e chissà forse la vincerò!”

Forse questo avranno detto più volte bambini e ragazzi mentre osservavano i muri, le pietre e il fantastico paesaggio in cui sono cresciuti, una regione del nord il cui solo nome fa pensare al fascino e al mistero. Se lo saranno ripetuti fino alo sfinimento andando in bici sperando di partecipare a quella famosa corsa che si svolge in quei luoghi, loro sognavano, erano belgi e la corsa in questione era il giro delle Fiandre. Chiamarla corsa è un po’ riduttivo, io la definirei piuttosto come il Natale, la festa per tutte le persone che abitano in quei luoghi che all’arrivo di essa magicamente si risvegliano. Tirano fuori tavoli per pranzare all’aperto, casse di birra, bandiere e tutta la felicità che possiedono, per loro quella corsa è una delle cose più importanti al mondo, è la vita. Durante essa tifano per qualsiasi atleta, ma non possono fare a meno di privilegiare i corridori di casa alla partenza, si riconoscono un po’ in loro, hanno lo stesso sogno, quello di vincere la loro corsa. Per loro tutti gli altri sono estranei, quasi non esistessero, o forse solo ostacoli per giungere al loro obbiettivo. Era il 1949 quando questo accadde a Fiorenzo Magni, nonostante i successi già conseguiti in Italia per quel popolo era uno sconosciuto, forse un folle giunto in treno per partecipare a quella competizione maledetta. Il tifo era per i beniamini di casa, ma quando egli arrivò solo al traguardo le cose cambiarono. Venne ricordato dai belgi per la sua vittoria, ma non si fermò, nei due anni successivi vinse ancora, sempre lui, tutti gli altri dietro; fu così che entrò nel cuore dei fiamminghi che da quel momento coniarono per lui il più divino soprannome che ci fosse: Fiorenzo Magni il “leone delle Fiandre”. È proprio strano questo popolo, strano come non mai, che ogni giorno svolge il compito di custodire i suoi muri il suo pavè, conoscono questi luoghi più delle loro stesse tasche, mentre per tutti noi non fanno altro che incutere mistero. È affascinante il loro modo di concepire il ciclismo, ma sono tanti i loro segreti come quelli delle loro pietre.

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Fu forse per loro un altro sconosciuto quello che si trovò in fuga insieme all’idolo di casa Tom Boonen che proprio quell’anno, il 2010 indossava la maglia di campione del Belgio; era uno svizzero famoso per le sue vittorie a cronometro, non tifavano per lui, ma quando sul Granmont staccò il belga lasciò tutti a bocca aperta. Sembrava volare sui muri come se non esistessero, per lui quella fino al traguardo fu una cavalcata trionfale, vi giunse lasciando dietro di sè a più minuti i campioni del posto, aveva realizzato il suo sogno da bambino. Quella corsa era diventata sua, quella era la sua prima volta, lui era Fabian Cancellara. Fu quasi come un rito pagano, come quelli che siamo soliti trovare presso le tribù ai confini del mondo, ma quella vittoria gli permise di entrare magicamente nel cuore di tutto quel popolo, entrare come in un tempio in cui prima di lui vi avevano fatto ingresso i più grandi campioni del ciclismo, tanti nomi , ma una cosa in comune: il fatto di aver dominato le Fiandre.

Fu da quel momento che Fabian entrò nel cuore di quel popolo, impossibile non appassionarsi al suo modo di correre: per tutti i muri sono come barriere invalicabili, il pavè è un nemico, un mostro ; per lui invece tutto questo è il terreno di conquista. Luogo dove come un gladiatore attacca i suoi avversari con le sue micidiali progressioni, nessuno gli può resistere, è imbattibile. L’anno successivo, il 2011 vi ritornò, non vinse, ma fece vedere che c’era , era presente, sul podio non poteva mancare, arrivò terzo. Ormai per Cancellara il Fiandre è un rito annuale, all’inizio di ogni stagione ci fa un cerchio sopra, lui lì sarà al massimo della forma. Dà appuntamento a tutti, ai suoi avversari, agli amanti del ciclismo, a chiunque, lui lì farà spettacolo, come al solito partirà da favorito. Accadde proprio questo anche nel 2012, lui e Boonen ancora una volta si sarebbero dati battaglia, ma il combattimento non fece in tempo ad iniziare che il crudele destino si scagliò sul gladiatore: Fabian a causa di una borraccia si ritrovò a terra, clavicola fratturata, campagna del nord finita. Tante volte è proprio cattivo lo spirito protettore delle Fiandre, si scaglia proprio su chi lo ama di più, lo mette alla prova, chi viene colpito sa di avere da quel momento un conto in sospeso con esso. Per Cancellara accadde proprio così, l’anno successivo si ritrovò al via, ancora una volta pronto a sfidarlo e a sconfiggerlo, Boonen andò subito fuori gioco, ma la concorrenza era più grande di quanto si potesse immaginare. Si arrivò sul caro e vecchio Kwaremont e qui Cancellara con una pazzesca accelerata fece a brandelli il gruppo, solo Sagan gli resistette, ma insieme a Roelands dovette piegarsi alla sua immensa potenza. Sul micidiale Paterberg partì con una delle sue inimitabili progressioni e non ce ne fu più per nessuno, dietro di lui il vuoto. Ancora una volta iniziò la sua cavalcata solitaria verso il traguardo: spingendo sempre più sui pedali aumentò il suo vantaggiò, lui davanti era una locomotiva, gli altri molto più dietro arrancavano. Ancora una volta aveva vinto questa corsa, la sua seconda volta, le aveva fatto capire che era ancora lui il più forte, si era preso la sua rivincita. Saldò così quasi come una patto tra lui e i muri, tra lui e il pavè, tra lui e quella corsa che aveva dominato, ormai i muri erano suoi, il luogo dove dimostrava la sua potenza. Un patto che mantiene sempre la sua validità, forse anche domenica era valido.

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Quest’anno al  Giro delle Fiandre 2014 alla partenza aveva il numero 1 sulla schiena, bella responsabilità essere il primo del gruppo, tanta emozione, tanta adrenalina , tanta carica, iniziò la corsa. Nei primi chilometri numerose cadute, ma lui come gli altri favoriti era nella pancia del gruppo, iniziarono i tratti di pavè e cominciò il finimondo: ad uno ad uno si ritirarono sempre più dei suoi compagni a causa delle cadute, il suo luogotenente Devolder rimase attardato. Quando mancavano un centinaio di chilometri una signora a un lato della strada tirò fuori un braccio che andò a colpire un uomo trek che finì a terra, ormai fuori gioco, sembrava proprio Fabian, si stava ripetendo quanto successo nel 2012, ma che fine aveva fatto il suo patto? In gruppo lui non c’era, attimi di attesa, interminabili, fino alla conferma televisiva : Popovych già trasportato all’ospedale, lui davanti pronto a giocarsi la vittoria finale. Fabian per tutta la corsa pensava e meditava su dove scattare: forse sul Koppenberg quest’anno più vicino al traguardo, ma troppo presto, ancora una volta sul Kwaremont, il suo muro preferito, avrebbe lasciato il segno. Su quel muro c’è come un simbolo, forse non è proprio così visibile, ma i corridori lo vedono e sanno alla perfezione dove è posizionato, lì attaccherà lo svizzero. Conoscono a memoria quel punto, si aspettano il suo attacco, ma quando arriva per loro è impossibile tenere la sua ruota: lui pedala, va, mentre gli altri sembrano ancorati sul pavè che sotto le ruote di Cancellara sembra non esistere, mentre sotto le loro frena il cammino. Quest’anno gli è resistito solo Vanmarcke e insieme si sono ritrovati ad andare a riprendere i due fuggitivi, sul Patenberg Fabian ha provato a staccare tutti, ma non ci è riuscito, lo spirito delle Fiandre aveva in mente qualcosa di diverso per lui. Non riuscì a staccarsi dalle ruote i tre belgi, erano attaccati a lui con i denti, troppo grande la possibilità di realizzare il loro sogno da bambini ed è proprio questa immensa possibilità che dava loro la forza di provare tutto, di scattare, di andarsene via, di sperare. Volata, per loro nulla da fare, Cancellara, ormai dopo l’azione alla Sanremo potremmo definirlo quasi velocista, davanti a tutti. Ha battuto i tre belgi, i tre fiamminghi ancora una volta è stato il più forte. Tre, il numero perfetto, il numero divino, un numero che in questa occasione non è per caso, la sue tre vittorie al Fiandre, questa è la sua terza volta. E quasi come un baleno entra in un mondo fantastico, nell’Olimpo tra tutti gli altri campioni, tra tutti quelli che questa corsa l’hanno vinta tre volte, entra nella leggenda, ormai è il padrone delle Fiandre. Anche lui potrebbe essere un leone, forse come successo a Fiorenzo più di sessant’anni fa , ma per lo svizzero va bene così, non osa paragonarsi al campione italiano che per lui è un mito, è un esempio. Lui è il gladiatore è lo Spartacus delle Fiandre. Con questa corsa oramai ha un legame speciale, è la sua seconda casa, i muri sono il suo letto, il pavè sono le sue coperte; conosce questi luoghi alla perfezione, è entrato già da tempo nel cuore del popolo delle Fiandre, è uno di loro. Oramai ama questa corsa, è la sua corsa, nessuno, seppur volendo, lo può eguagliare, è un gladiatore e scaglia la sua lancia in ogni punto possibile. Ormai è entrato, come Spartacus, nella storia, non che non ci fosse già prima, ma ora c’è la conferma. Ad affiancare gli altri miti ci va in un modo strano : la vittoria non sul suo terreno battendo tre di coloro che sono cresciuti su queste terre e su questi muri, ma sono proprio queste le circostanze più belle. È la sua terza volta, la terza vittoria al Fiandre, la corsa impossibile da dominare, ma lui è uno dei pochi ad esserci riuscito. La corsa dei sogni, delle speranze, dei muri e del pavè, la corsa di un gladiatore, la corsa di un uomo che viene dalle montagne e porta il nome di Fabian Cancellara.

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Giorgia Monguzzi

 

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