AL E3 HARELBEKE LA VITTORIA DI SAGAN, IL TRIONFO DELLA POTENZA, DELLA TENACIA DI CANCELLARA

215 km e ben 17 muri previsti per questa edizione del E3 Harelbeke, 2 in più rispetto ai 15 proposti lo scorso anno che sicuramente faranno la differenza. Molti i corridori al via, tanti che questa corsa l’hanno già vinta, ancora di più quelli che sognano di farlo; per la prima volta quest’anno uno contro l’altro sulle pietre nordiche i tre favoriti della campagna del nord: il Belga Tom Boonen che non sta attraversando uno dei più bei momenti della sua vita, lo svizzero Fabian Cancellara e lo slovacco Peter Sagan pronti a rifarsi dopo la Sanremo. Parte la corsa, dopo vari tentativi riescono ad andare via cinque corridori destinati a percorrere la maggior parte dei muri davanti a tutti, mentre il gruppo tirato da Omega e Giant con il passare dei chilometri perde uno dopo l’altro sempre più componenti che, a causa di cadute, cambi di ritmo o semplicemente frenati dalla forza inarrestabile del pavè sono costretti a rimanere indietro. La corsa procede tranquilla, tutti i favoriti e i capitani sono all’interno del gruppo in attesa di arrivare nelle fasi finali dove scattare, mentre in testa a tutti i fuggitivi poco alla volta perdono il loro vantaggio. È però quando mancano 35 km che la corsa si infiamma: a causa di una maxi caduta il gruppo si spezza.

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I romani erano soliti rappresentarla con gli occhi bendati, la dea bendata che noi siamo soliti chiamare Fortuna, colei che non guarda in faccia a nessuno prima di emanare la sua sentenza, il suo giudizio. È proprio lei che in questo momento agisce e, con la sua solita sfacciataggine designa alcuni corridori, ne punisce altri, nega a loro la fortuna. E così a causa di questa caduta il gruppo principale viene tranciato in due, molti i corridori colpiti dall’ascia crudele del destino che rimangono bloccati in attesa di soccorso, tra questi c’è anche Fabian Cancellara. I meccanici della trek corrono all’impazzata con ruote e biciclette, facendo la gincana tra il labirinto di ammiraglie bloccate, corrono contro il tempo per  fornire assistenza  al gladiatore che impossibilitato a ripartire aspetta. Passano secondi che sembrano ore, si cerca di fare il più presto possibile, lo svizzero riparte, ma si è già perso troppo tempo. Riprende la sua corsa con la rabbia per ciò che è accaduto provando a recuperare terreno. Tutti  i suoi avversari sono rimasti davanti, per questa volta la Fortuna ha baciato il loro volto e, informati del ritardo di Cancellara aumentano il ritmo: l’omega si mette al comando tirando all’impazzata senza accorgersi che il suo capitano Boonen si sta staccando, la sky da una mano, crolla l’onestà, crollano i vecchi ma sempre buoni ideali del ciclismo per i quali valeva la regola di aspettare chiunque cadesse, nemico, avversario, chiunque fosse. Il gladiatore intanto va al massimo, spinge sui pedali a più non posso, aggredisce la strada, le ruote della sua bici scorrono impetuose sul pavè. Sul suo volto si legge rabbia, tensione, grinta, sembra che sia in un’ arena, forse nello stesso Colosseo a combattere contro le bestie più feroci. Passano i muri e Fabian pedala a più non posso, raggiunge sempre più corridori e gruppetti, non si ferma a guardarli, ma li scavalca a tripla velocità , è una locomotiva in corsa nessuno riesce a fermarlo. Per fortuna riesce a raggiungere il suo compagno di squadra Devolder che cerca di aiutarlo a recuperare terreno, lo segue come un angelo custode, ma le sue trenate non sono niente in confronto a quelle dello svizzero che è costretto sempre a muoversi. Sembra una lotta infinita: Fabian combatte da solo contro tutti, contro il tempo, contro la strada, recupera terreno, sembra aver raggiunto i corridori di testa, ma invece no, è ancora un altro di quegli insignificanti gruppetti precedentemente staccati. Davanti sono rimasti in pochi, tutti i fuggitivi sono stati raggiunti, vanno al massimo, tutti collaborano, gli olandesi e i belgi fanno trenate micidiali, Sagan prova ad aumentare il ritmo, Geraint Thomas fa la sua parte, si scatta e al comando rimangono sempre in meno. Dietro la locomotiva di Berna procede a più non posso, macina strada, scavalca i muri che ormai sembrano sparire sotto le sue pedalate, recupera sempre più corridori, ma nessuno gli dà un mano. Riesce ad ottenere ancora un piccolo aiuto dal suo compagno, mentre tutti gli altri si limitano a stare a ruota: si comportano quasi come parassiti come quelli che all’epoca di duelli e banchetti si mettevano sotto la protezione dei nobili senza muovere un dito. Qui, in questo caso, questa definizione andrebbe a pennello, tutti gli altri atleti non tirano un metro: non vogliono lasciare andare via il gladiatore, hanno paura di tirare per portarselo fino al traguardo dove sicuramente rappresenterebbe una minaccia. Finalmente trova aiuto da parte di un uomo della Giant il cui capitano Degenkolb ha perso le ruote del gruppo di testa e come una maschera di dolore si mette alle spalle dello svizzero. Tutto questo non serve, il ritardo al posto di diminuire aumenta, ancora una volta Fabian tira e tutti gli altri si piazzano sulla sua ruota. Davanti sono rimasti solo in quattro: Sagan, Thomas, Terpstra  e Vandenbergh che si danno cambi regolari, dietro per il gladiatore sembra finita, ma lui quando mancano poco più di 13 km riparte con tutta la sua forza possibile, con tutta quella che gli è rimasta pronto a non arrendersi e a perseguire il suo sogno. In corsa, a casa, in ammiraglia si suda per lui, può farcela, in soli 2 km  recupera più di 30” a quelli di testa, questa è la volta buona, qualcuno ora può dargli una mano, si può rientrare, si deve solo collaborare. Proseguono i chilometri, ma i parassiti non hanno intenzione di dare una mano al proprio padrone, il ritardo aumenta, Fabian, dopo continui sproni a tutti gli altri rallenta, mancano poco meno di 5km, da solo non ce la può fare, il suo sogno purtroppo è volato via, per paura da parte degli altri della sua potenza, lo temono ancora.

Ormai è il quartetto in testa che si gioca la vittoria: i due corridori dell’omega provano continuamente a scattare per evitare di arrivare in volata, ma sia lo slovacco che l’inglese non mollano un metro. Si entra nell’ultimo km: Vandenbergh prova ad andar via, ma senza riuscirci. Inizia la volata: Thomas parte troppo presto, Sagan in seconda posizione aspetta e scatta, dietro di lui Terpstra prova a contrastarlo, è una lotta tra loro due, ma come era prevedibile vince lo slovacco. Dietro intanto si passa sotto il triangolo rosso e solo ora, molti di coloro che si erano rifiutati di dare una mano al gladiatore scattano, alcuni vengono ripresi, altri guadagnano non più di 5” mentre lo svizzero li guarda con fare minaccioso. Peter, il suo rivale numero uno, ha tagliato per primo il traguardo, quest’anno è toccato a lui vincere questa corsa, alza le braccia al cielo e fa segno alla gente presente di applaudire. La gente lo guarda, fissa il traguardo e solo dopo un po’  applaude, ma questi applausi non sono solo per lui, sono soprattutto Cancellara che anche sulla linea di arrivo non si risparmia la volata. Sono per la sua potenza, per la stupenda azione che ha fatto, per la forza che ancora una volta ha dimostrato di avere, per il suo coraggio, per le sue convinzioni e per i suoi sogni.  Per la tenacia di un guerriero che non si ferma davanti a nulla, la fortuna questa volta ha cercato di ferirlo, lui non si è arreso, ha combattuto e ci ha fatto emozionare. Sagan avrà vinto sul traguardo, ma ancora una volta Fabian ci ha fatto sognare, ha dominato i muri, ha dominato la corsa. Una corsa che verrà per un po’ di tempo ricordata con una vittoria in volata di uno slovacco e l’autentico trionfo della potenza  di uno svizzero sulla quasi ineguagliabile crudeltà e forza del pavè.

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Giorgia Monguzzi

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