LA CORSA, IL SOGNO, LE DOMANDE, LA MILANO SANREMO…

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Cielo un po’ oscuro, coperto da nubi che nascondono il sole come un forziere che protegge il suo tesoro, è così che inizia la centocinquesima edizione della Milano-Sanremo; tanta tensione in gruppo alla partenza, adrenalina, felicità, ma soprattutto tanta emozione, finalmente si parte. Fin da subito iniziano gli scatti fino a che riescono ad andare via 7 corridori, atleti che, seppur aventi un elevato margine di vantaggio, prima del traguardo saranno destinati ad essere ripresi dal gruppo che in alcune situazioni sembra quasi crudele contro le speranze di alcuni avventurieri, per lasciare spazio ai sogni ben più grandi di tutti gli altri. Procedono i chilometri, uno dopo l’altro, scorre la strada sotto le ruote e intanto il vantaggio scende, inizia la pioggia incessante che batte sui caschi dei corridori, il freddo si fa sentire, si sale e si passa il Turchino. Iniziano finalmente i Capi, per la precisione sono tre (Capo Mele, Capo Cervo e Capo Berta), essi rappresentano una barriera, un transito obbligato per capire chi ce la può fare; si susseguono uno dopo l’altro silenziosi ma letali e così nel gruppo poco alla volta si staccano sempre più corridori che sconfitti dal tempo e dalla fatica devono dire addio ai loro sogni, cadono così credenze, pronostici, idee e speranze, crollano tattiche, si ritirano atleti. Quando mancano 27 km inizia la Cipressa, una salita lunga 5 km, la penultima prima del traguardo: fin da subito la Cannondale cerca di fare corsa dura per Sagan, ma scatta Vincenzo Nibali che prosegue in solitario la scalata e si lancia all’impazzata sulla discesa. Rimane solo al comando, ormai tutti gli altri fuggitivi sono scomparsi, sogna la vittoria, ma ben presto anche le sue speranze cadono, inizia il Poggio, viene ripreso. Sì, siamo proprio sul Poggio, qui sicuramente si dovranno muovere tutti coloro che vogliono evitare la volata, con scatti e controscatti cercheranno di far saltare i piani degli uomini dalle ruote veloci. Scatta Rast, poi Battaglin, ma entrambi vengono ripresi, tenta Gilbert seguito poi da molti altri, ma niente, tutti quanti prima o poi rimbalzano quasi come contro una molla immaginaria e tornano indietro come se nulla fosse, non si muove più nessuno, i velocisti favoriti non si staccano come previsto. Situazione strana, quasi paradossale: la salita che negli ultimi anni aveva sempre fatto selezione è come se in quel momento non fosse esistita, tutti sono lì, anche chi sulla carta non avrebbe dovuto esserci,  ma il gruppo è sempre più scarno, la fatica si fa sentire, fa freddo ma per fortuna non piove più, si arriverà in volata? ma chi lo sa, intanto inizia la discesa. In questo tratto pochi i tentativi , molte le speranze, a meno 2,8 km si lascia spazio al tratto pianeggiante, tutti si studiano, controllano chi c’è o non c’è, si pensa allo sprint. Ed ecco però che in mezzo a tutto questo pensare scatta Sonny Colbrelli, anche lui un sognatore che desidera la vittoria, guadagna metri, ma continua a voltarsi, la paura di essere inseguito, l’emozione della corsa, viene raggiunto ,intanto Greipel nel tratto a lui più congeniale si stacca, ci si aspetta che qualcuno come Fabian Cancellara parta, ma non succede nulla. Si entra nell’ultimo chilometro: Paolini davanti a tutti traghetta il suo compagno, più indietro Cavendish, Sagan e altre ruote veloci, si inizia in pochi istanti ad immaginare tra uno di quelli il vincitore, coloro che saliranno sul podio, nominare l’inglese o lo slovacco sarebbe scontato. Van Avermaet prova ad anticipare tutti, ma non si può scappare dalla volata, Cavendish parte impetuoso come al suo solito, ma forse privo di quel qualcosa che nel 2009 gli aveva permesso di vincere questa corsa, scattano tutti, scatta anche Cancellara che per inseguire il suo sogno si improvvisa velocista. Passano millesimi, centesimi di secondo ma tutto sembra fermo, in un istante, è in quel momento che nella testa passano tutti i pensieri possibili, ci si immagina la vittoria, la si insegue, ma davanti a sé ci si ritrova un muro invalicabile, si vorrebbe passarlo ma non ci si riesce, si vorrebbe superare tutti, ma è quasi impossibile. Molti si piantano, molti resistono, il gladiatore con la sua potenza è l’ultimo a riuscirci, è lì è a un passo dalla vittoria, gli mancano poche pedalate, ormai Mark e Peter si sono bloccati, ce la può fare, ma davanti a lui, davanti a tutti compare la figura di Kristoff che va a tagliare per primo il traguardo. Cadono le speranze, cade il sogno di vincere questa fantastica corsa, solo uno ce la fatta, tutti gli altri sono stati in qualche modo sconfitti, il suo nome non era tra i favoriti, ma questa volta è toccato a lui.

Perché proprio lui e perché non qualcun altro? Sono in tanti che se lo chiedono, i giornalisti, il pubblico, gli atleti che forse avrebbero potuto essere al suo posto se avessero avuto un po’ più di fortuna. Si, la fortuna il fato, questa volta ha baciato Kristoff, lo ha premiato per la sua bravura o semplicemente è stata piegata dalla sua tenacia, dal suo coraggio. Il podio, la premiazione, sono tanti gli interrogativi che emergono dopo questa fantastica corsa nelle menti dei corridori, nello sguardo di tutti. Ci si chiede il perché di quella scellerata azione di Nibali sulla Cipressa, nessuno la seguito, è partito troppo presto, in pratica un’azione suicida. Si pensa a come i velocisti non si siano staccati in salita, come abbiano fatto a resistere al tremendo ritmo di De Marchi, perché invece in pianura Greipel si sia staccato. Quale strana tattica frullava nella mente dei corridori della bmc quando scattavano l’uno contro l’altro dimenticando di essere nella stessa squadra? Perché la sfortuna ha proprio colpito Degenkolb con una foratura nel momento cruciale della corsa? E se fosse arrivato insieme a tutti gli altri? Ci si chiede anche che cosa abbia spinto il giovane Colbrelli a non aspettare la volata, ma a scattare prima e a continuare a voltarsi, forse avrebbe potuto arrivare solo al traguardo. Sì, appunto la volata, durante questa  è successo il finimondo: i velocisti sono stati frenati da una forza incontrollabile, si sono bloccati, sono spariti davanti alla magnificenza di tutti gli altri. Perché è accaduto ciò? Molte le domande che ci si pone, ci si stupisce a vedere atleti forti in un terreno non adatto a loro e deboli in quello delle loro conquiste, tattiche che cadono, credenze che scompaiono. Sono tanti gli interrogativi, ma impossibile trovare un risposta per ognuno di essi, la si cerca ovunque. Una vera risposta esiste, forse bisognerà aspettare uno, due o forse infiniti anni prima di trovarla, forse non la si troverà mai, ma è proprio questo il bello di questa corsa che è capace di spingere gli atleti oltre i loro limiti. Una corsa che definirei una delle più affascinanti che esistano, con la sua imprevedibilità, con le sue domande, con il suo mistero.  Una corsa, quella di quest’anno che si chiude con la più bella immagine che nel mondo del ciclismo si potrebbe vedere: Kristoff il vincitore realizza il suo sogno e Cancellara, primo degli sconfitti , colui che il suo sogno non lo ha più, gli tende una mano in segno di sportività. Si complimenta con lui, sa cosa significa vincere questa corsa, gli brillano gli occhi, si avvicina e forse sottovoce gli dice “bravo, oggi hai dominato tu la Milano-Sanremo”.

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Giorgia Monguzzi

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