QUEL MAESTOSO TRENO NERO GUIDATO DALLA SUA INEGUAGLIABILE LOCOMOTIVA ROSSA

Finalmente è iniziata la quarantanovesima edizione della Tirreno-Adriatico sotto un sole splendente  e con la ormai caratteristica cronometro a squadre, cronometro pressochè identica all’anno scorso con il tracciato lungo 18,5 chilometri da san Vincenzo  a Donoratico, ma da eseguire al contrario. Una tappa già vista, già memorizzata, con gli stessi favoriti di sempre (omega e orica), con gli outsider annunciati ma che non arrivano mai, con la folle velocità, ma con soprattutto il grande lavoro di squadra. Partono poco per volta le squadre che una per una si dirigono sul trampolino di lancio per iniziare, come un missile lanciato nello spazio, la loro prova; partono quelle che si sa già che non faranno un gran chè, quelle che possono stupire, le favorite e quelle che non stanno in nessuno di questi tre gruppi. Inizia così una successione quasi interminabile di bici, e count down destinata a ripetersi all’infinito fino a che alle 15,19 precise compare sulla pedana una squadra non certo con concrete speranze di vittoria rispetto a tutte le altre, ma che richiama l’attenzione di tutti. Si tratta della Trek che come il manto nero della notte si lancia sulla strada pronta a compiere conquiste trasportata dal vento. Un nero che quasi all’improvviso compare davanti ai mille volti del pubblico, si avventa sull’asfalto, impetuoso come una belva affamata che ha gli occhi ormai ciechi per dare libero sfogo a tutti gli altri suoi sensi, le tenebre, l’oblio. Una macchia che però non è compatta: appare subito il rosso del suo capitano Fabian Cancellara, il rosso della passione, della grinta, della forza ,del sangue versato dai gladiatori nell’arena. Sì in questo caso si parla proprio di un gladiatore esperto di potenza e di conquiste  che come ogni anno si ritrova sulle spalle la responsabilità di portare la maglia di campione nazionale svizzero contro il tempo. Un rosso quello di Cancellara che spezza così l’inevitabile oblio del nero, lo stesso dell’asfalto sul quale una Ferrari rosso fiammante guidata da un gladiatore si avventa, è affamata e non tarda a scatenare la sua potenza. Le ruote girano, sfregano l’asfalto, anzi lo accarezzano con una soave gentilezza  seguita da un prepotente stridio, ma niente di tutto questo è udibile dagli umani, solo l’anima può sentire tutto ciò, l’anima, la forza della passione che fa proseguire nelle proprie imprese. Cancellara pedala con la sua potenza che come al solito è indescrivibile, le sue gambe girano creando un vortice pazzesco, mentre i suoi compagni intorno a lui proseguono concentrati la loro prova dando il massimo di loro stessi, lo circondano quasi per proteggere la sua preziosa forza. È il turno del gladiatore che si mette davanti: aumenta il ritmo e tira come una locomotiva seguita dai suoi vagoncini tutti uguali che non possono fare altro che seguirla, sì proprio una locomotiva, non per niente “locomotiva di Berna” è il suo soprannome. Una locomotiva rosso scintillante che viaggia nel nero che rappresenta un po’ l’infinito, il baratro dal quale non si può più ritornare, un tetro paesaggio movimentato dalle linee bianche presenti sulle divise. Un viaggiare sinuoso, armonioso quello della locomotiva che spezza, ma allo stesso tempo unisce. Nell’antica  Grecia c’era un filosofo di nome Anassagora che sosteneva che il mondo e tutti i corpi fossero fatti di parti che erano ordinate, ma allo stesso tempo mosse dal “nous”, l’intelletto che generava così  sia il caos che la perfezione. Penso che questa visione del mondo si possa riportare per la Trek dove la locomotiva provoca un caos infinito, ma allo stesso tempo una leggera melodia perfetta e soave che ordina i suoi vagoncini. Un melodia regolare, indescrivibile data la sua perfezione, intervallata dal rumore dei cambi, della catena che gira e che non si ferma. Intanto prosegue la corsa durante la quale le altre squadre combattono per la vittoria e così la squadra del gladiatore viene un po’ dimenticata, dalle telecamere, dai commentatori forse troppo sopraffatti dalla sua potenza, quasi come non esistesse, come un’ombra nera che compare improvvisamente sugli schermi quando la sua corsa sfrenata è finita. Una corsa, la loro, proprio come quella di un treno, paurosa per lo stridore delle rotaie, allo stesso tempo affascinante per la sua perfezione. Una perfezione creata da una locomotiva rossa che viaggia instancabilmente nell’immenso e indescrivibile nero dell’oblio.

Immagine

Giorgia Monguzzi

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